di Pierfrancesco De Robertis Ha fatto arrabbiare un po’ tutti – americani, servizi, cultori del diritto costituzionale – ma alla fine contano i numeri e i rapporti di forza, e ambedue parlano per adesso la lingua di Giuseppe Conte. I numeri della Camera gli permettono di incassare una fiducia da bissare oggi al Senato, i rapporti di forza grazie al Covid e alla grande popolarità lo mettono in condizione si sfidare un po’ tutti, da Renzi con il quale i rapporti sono tagliati del tutto, un Pd sempre più incerto e appiattito sulla sua figura, i Cinquestelle ormai in balia di loro stessi, e sotto sotto, garbatamente, anche un presidente Mattarella che la soluzione-responsabili non l’avrebbe mai graduita. Così nonostante i molti mugugni il premier va avanti, e resisterà. La sua strategia è...

di Pierfrancesco

De Robertis

Ha fatto arrabbiare un po’ tutti – americani, servizi, cultori del diritto costituzionale – ma alla fine contano i numeri e i rapporti di forza, e ambedue parlano per adesso la lingua di Giuseppe Conte. I numeri della Camera gli permettono di incassare una fiducia da bissare oggi al Senato, i rapporti di forza grazie al Covid e alla grande popolarità lo mettono in condizione si sfidare un po’ tutti, da Renzi con il quale i rapporti sono tagliati del tutto, un Pd sempre più incerto e appiattito sulla sua figura, i Cinquestelle ormai in balia di loro stessi, e sotto sotto, garbatamente, anche un presidente Mattarella che la soluzione-responsabili non l’avrebbe mai graduita.

Così nonostante i molti mugugni il premier va avanti, e resisterà. La sua strategia è chiara, non dissimile da quando la crisi è scoppiata: resistere, resistere, resistere. È cambiato semmai il modo, e mentre all’inizio ha cercato di attutire gli affondi renziani con la tecnica del troncare e sopire che ben conosce, ieri alla Camera è partito all’attacco. E dopo tre quarti d’ora di un discorso tra l’anodino e l’autoreferenziale le stoccate contro Renzi sono state perentorie. Non c’è stata la violenza diretta che riservò al Salvini del dopo-Papeete, ma la sostanza politica è la medesima: con Renzi è game-over, "si volta pagina".

Quello che avevano chiesto negli ultimi due giorni sia Pd sia Cinquestelle, e che per la verità Conte aveva già in mente dall’inizio: sfidare Renzi in Aula al Senato, e nel caso andare avanti anche solo per pochi voti di quattro raccattati per strada cui in queste ore è stato offerto di tutto. È stata una strategia rischiosa, e che presuppone la certezza di avere buoni numeri oppure mette in conto la determinazione a proseguire comunque. Se per esempio mancherà quota 161 che è la maggioranza assoluta dell’assemblea di Palazzo Madama. Una circostanza che non può far contento del tutto il Quirinale. Non giriamoci intorno: il presidente Mattarella non ha mai gradito l’idea di un presidente del consiglio che va in parlamento a cercarsi i numeri, e aveva chiesto a Conte "un fatto politicamente nuovo". Cosa che non c’è stata, che ha obbligato Conte a una poco onorevole campagna acquisti, e di cui al Quirinale non sono contentissimi. Se non altro per evitarsi le velate accuse per interposta persona rivolte per esempio ieri da Giorgia Meloni alla Camera: "Nel 2018 Mattarella non ha dato al centrodestra l’incarico perché non avevamo i numeri e adesso va bene?".

Ma Conte va diritto, mettendo sul piatto della trattativa anche beni di cui non può disporre, come una legge elettorale proporzionale di cui il governo non si occupa (e anche qui i cultori del diritto costituzionale qualche sopracciglio l’hanno sollevato) o che la prassi consolidata non assegna al premier, tipo il ministero dell’Agricoltura che Conte dice di voler cedere e la stessa delega ai servizi (potrebbe andare alla Lamorgese, per ricompensarla della perdita del ministero dirottato verso il Pd). Va diritto mettendo in conto alcune piccole storture, come l’incavolatura degli americani equiparati nel discorso mattutino alla Cina (nella replica ha dovuto rettificare, come gli è stato richiesto perentoriamente), arrabbiare ambienti vicini ai servizi citati sempre nel discorso della mattina per smentire loro presunti interessamenti nella caccia ai responsabili, e gli stessi gruppi che lo sostengono per gli appelli troppo smodati ai nuovi "volenterosi", che devono essere "europeisti, popolari, socialisti". In pratica i nomi di quelli che passeranno con lui.

A questo punto il destino del premier è appeso ai numeri del Senato, anche se lo scenario finale della crisi non è scritto. Non dovrebbe cadere, ma potrebbe dimettersi per far nascere un Conte Ter che assicuri un corposo rimpasto e per far posto ai centristi. In fondo questo Tabacci ieri gli ha chiesto, e in fondo sarebbe anche più dignitoso. A lui va bene, l’importante è restare a Palazzo Chigi, con chi non importa.