Il ministro Enrico Giovannini. ha rilanciato l’ipotesi del ponte sullo Stretto di Messina: «Pronti. 500 milioni per interventi»
Il ministro Enrico Giovannini. ha rilanciato l’ipotesi del ponte sullo Stretto di Messina: «Pronti. 500 milioni per interventi»

Gabriele

Canè

Se racconti in giro per il mondo che abbiamo dei treni che entrano nella pancia di una nave ed escono dopo mezzora dall’altra parte. Se racconti nel mondo civilizzato che non esiste una infrastruttura alternativa al ferry boat per attraversare un braccio di mare di poco più di tre chilometri che separa un Paese dalla sua isola maggiore, un mini continente di 5 milioni di persone. Insomma, se racconti a chi non lo sa che non abbiamo ancora un ponte sullo stretto di Messina, pensano che sia la solita battuta simpatica del solito italiano simpaticone. Invece no.

Il ponte non c’è, e non ci sarà ancora per un pezzo. Ma l’annuncio che il progetto riparte in modo operativo, che lo tiene a battesimo il governo Draghi con un ministro "ambientalista", e che siamo in ritardo più o meno di mezzo secolo, fa sperare che questa sia la volta buona. Certo, bisogna aspettare il piano di fattibilità, e a seguire un pubblico dibattito per arrivare "a una scelta condivisa", come ha detto il ministro Giovannini ieri. E questo fa tremare le vene dei polsi. Per cui possiamo auspicare fin da ora che la scelta sia seria e veloce più che condivisa, perché a forza di voler condividere, o di far finta di volerlo, in Italia finiamo per non fare tante cose necessarie. Anche un ponte di 3 chilometri, e non di 165 come quello più lungo del mondo. Ovviamente in Cina. Dove le auto e i treni vanno su strada e su rotaia, e non in crociera.