di Alessandro Farruggia Ci sono PienzaVal D’Orcia e i sassi di Matera, siti Unesco e patrimonio dell’umanità. E c’è pure Segesta, la antica capitale degli Elimi, gioiello siciliano, il cui tempio e il cui teatro sono un capolavoro assoluto. Supera in alcuni casi il paradosso la lista dei 67 siti – situati in Piemonte (8), Toscana (2), Lazio (22), BasilicataPuglia (5), Sardegna (14) e Sicilia (4) – nei quali costruire il futuro deposito nazionale dei rifiuti radioattivi italiani. Dopo che per cinque anni era stata secretata, il governo Conte ha preso il coraggio a due mani e ha dato il via libera alla pubblicazione della Cnapi, la carta nazionale delle aree più idonee alla costruzione del deposito nazionale dei rifiuti radioattivi. È stata realizzata...

di Alessandro Farruggia

Ci sono PienzaVal D’Orcia e i sassi di Matera, siti Unesco e patrimonio dell’umanità. E c’è pure Segesta, la antica capitale degli Elimi, gioiello siciliano, il cui tempio e il cui teatro sono un capolavoro assoluto. Supera in alcuni casi il paradosso la lista dei 67 siti – situati in Piemonte (8), Toscana (2), Lazio (22), BasilicataPuglia (5), Sardegna (14) e Sicilia (4) – nei quali costruire il futuro deposito nazionale dei rifiuti radioattivi italiani. Dopo che per cinque anni era stata secretata, il governo Conte ha preso il coraggio a due mani e ha dato il via libera alla pubblicazione della Cnapi, la carta nazionale delle aree più idonee alla costruzione del deposito nazionale dei rifiuti radioattivi.

È stata realizzata dalla Sogin, la società pubblica che si occupa del decommissioning nucleare e che sta provando a costruire e dovrebbe poi gestire il deposito che ci viene chiesto dall’Europa e la cui costruzione non è più rinviabile visto che i rifiuti nucleari, prodotti anche dopo l’addio dal nucleare, da qualche parte vanno pur messi e in sicurezza per centinaia di anni, mentre oggi sono dispersi in siti che al massimo garantiscono una cinquantina d’anni di orizzonte.

Considerando che quelle situate sulle isole hanno ovvi problemi di trasporto su nave delle scorie e che molti siti sono sismici in classe 2, le aree considerate da Sogin più interessanti sono 23. Dodici sono a più alto gradimento (due in provincia di Torino, cinque in provincia di Alessandria, cinque in provincia di Viterbo) mentre undici sono appena sotto: un’altra nella provincia di Alessandria, altre due nella provincia di Viterbo, una nella provincia di Bari, una nella provincia di Matera, due tra Bari e Matera, due tra Matera e Taranto, una nel grossetano (comune di Campagnatico, verso Cinigiano) e una nel senese (tra Trequanda e Pienza).

Il deposito è stato temuto come la peste da ogni governo dopo che nel 2003 (governo Berlusconi) il maldestro tentativo della Sogin, guidata dal generale Jean, di costruirla senza concertazione a Scanzano Jonico finì nel nulla per la protesta compatta della popolazione. Adesso Sogin ha avuto il via libera dell’esecutivo e avvia un processo che dovrebbe portare ad una scelta condivisa. La Cnapi è infatti solo un primo faticosissimo passo. La carta verrà sottoposta per quattro mesi a una consultazione pubblica, poi si terrà un seminario nazionale aperto a enti locali, associazioni, sindacati, università, dopodiché, alla luce delle osservazioni ricevute, la Sogin aggiornerà la Cnapi, che verrà sottoposta ancora una volta ai ministeri competenti e all’ispettorato di controllo nucleare Isin. Da qui nascerà la Cnai, la carta nazionale delle aree idonee, e si cercherà di convincere i Comuni che hanno aree idonee a farsi avanti, in cambio di incentivi. Sarà un processo lungo e sofferto.

Partito male perché la Cnapi, complici anche le scelte di alcuni dei 67 siti che ignorano clamorosamente la dimensione storico-artistica e paesaggistica, sta provocando la stessa reazione vista 13 anni fa. Si poteva e si doveva evitare. Da notare che l’Ispra, nella guida tecnica numero 29 del 2014 dettò puntigliosamente i criteri di selezione della Cnapi. C’erano 15 criteri di esclusione e 13 "criteri di approfondimento", "da valutare nelle fasi di localizzazione". Tra questi, al punto CA 11, c’era la presenza di "produzioni agricole di particolare qualità e tipicità e luoghi di interesse archeologico e storico". Come Pienza o Segesta, ovviamente. Ma nella relazione tecnica Sogin il riferimento a luoghi di interesse archeologico e storico scompare, aprendo la possibilità di inserire siti patrimonio dell’Unesco. Risultato: un’alzata di scudi generale che creerà ulteriori rinvii a un deposito che (condizionale d’obbligo) servirebbe al Paese.