di Ettore Maria Colombo "Siamo alla cooptazione mascherata", sbotta Marianna Madia, contro Debora Serracchiani. Poi, non contenta, tira in ballo pure Graziano Delrio. Lo accusa di "essere diventato, da arbitro, giocatore e di averci fatto ripiombare nel tradizionale gioco di accordi correntizi". "L’autonomia è la mia cifra", ribatte secca Debora mentre Delrio si dice "dispiaciuto per le parole di Marianna: io non ho condotto nessuna trattativa". Sembra una soap opera, invece è lo stato attuale dei rapporti dentro il gruppo dem alla Camera. Una pentola a...

di Ettore Maria Colombo

"Siamo alla cooptazione mascherata", sbotta Marianna Madia, contro Debora Serracchiani. Poi, non contenta, tira in ballo pure Graziano Delrio. Lo accusa di "essere diventato, da arbitro, giocatore e di averci fatto ripiombare nel tradizionale gioco di accordi correntizi". "L’autonomia è la mia cifra", ribatte secca Debora mentre Delrio si dice "dispiaciuto per le parole di Marianna: io non ho condotto nessuna trattativa". Sembra una soap opera, invece è lo stato attuale dei rapporti dentro il gruppo dem alla Camera. Una pentola a pressione che, alla fine, è esplosa. Marianna Madia ha sfidato a singolar tenzone Debora Serracchiani per il posto di capogruppo. Martedì il gruppo dem voterà e si spaccherà, ma a vincere, e con numeri larghi, sarà Debora. Dalla sua parte c’è tutta Base riformista (30 deputati), l’area Delrio (5) e Area dem (altri 5), sui 95 totali del gruppo dem alla Camera, mentre la Madia ha convinto solo i Giovani turchi (7) e i 15 circa delle aree Orlando e Zingaretti. Del resto, Letta – che ha voluto (anzi: imposto) che i due capigruppo maschi ormai ex (Delrio e Marcucci) saltassero in favore di due donne – non ha voluto imporsi per sua precisa scelta sui nomi che dovevano succedere ai maschietti. Certo, il novello Salomone Letta – neppure troppo sotto sotto – tifava per la Madia, nata politicamente con ’Vedrò’, suo storico think thank, ma i capigruppo uscenti hanno condotto le danze.

Marcucci, al Senato, ha imposto la Malpezzi, eletta con voto bulgaro, e Delrio alla Camera ha fatto una discreta, ma efficace, campagna per la Serracchiani, per incidens la sua stessa corrente. Ieri sera, quando ormai lo scontro tra le due era deflagrato, le solite fonti del Nazareno hanno provato a metterci una pezza: "Letta ha detto che non avrebbe preso posizione, per rispetto dell’autonomia dei gruppi, ma considera sana una competizione trasparente". Insomma, competition is competition, dice Letta. Le due, per giorni si sono fatti i salamelecchi, poi hanno deciso che era arrivata l’ora di darsele di santa ragione e sono partite le mail di fuoco. Ad accendere le polveri, però, è stata la Madia. Romana, appena 40 anni e già ministro due volte, bella come una madonnina del Cinquecento, discreta, riservata, studiosa, amica personale di Letta, con il sostegno del ‘partito romano’, un partito trasversale (Orfini-Zingaretti-Bettini), ha cercato il colpaccio contro l’erede naturale di Delrio, la Serracchiani. Mezza friulana, dura, un passato da contestatrice esterna al Pd stile Sardina ante litteram, già governatrice del Friuli, oggi è sia presidente della commissione Lavoro sia vice dell’Assemblea nazionale dem. Ed ha una indubbia capacità a saper tessere alleanze: pure senza Delrio, la gara, nel gruppo dem, l’avrebbe vinta lei grazie ai voti degli ex renziani.