Giuseppe Provenzano, 38 anni, è stato ministro nell’esecutivo Conte II
Giuseppe Provenzano, 38 anni, è stato ministro nell’esecutivo Conte II
di Antonella Coppari Nel Pd del dopo-bomba il caos è sovrano. Non si tratta solo di scegliere un nome, e l’impresa già sarebbe assai complessa, ma di decidere che strada prendere. Affrontare la sfida con Salvini, il Recovery plan, l’elezione del capo dello Stato con un segretario di facciata, un Vito Crimi in salsa democratica, sarebbe probabilmente suicida. Nominare subito un segretario ’vero’ come vorrebbe fare Zingaretti significa dover mettere d’accordo mille anime. Non solo quelle delle varie opposizioni, ma anche delle componenti della maggioranza. Un segretario inoltre per essere tale non solo di nome dovrebbe avere un suo spessore, essere uno dei capi bastone dell’area...

di Antonella Coppari

Nel Pd del dopo-bomba il caos è sovrano. Non si tratta solo di scegliere un nome, e l’impresa già sarebbe assai complessa, ma di decidere che strada prendere. Affrontare la sfida con Salvini, il Recovery plan, l’elezione del capo dello Stato con un segretario di facciata, un Vito Crimi in salsa democratica, sarebbe probabilmente suicida. Nominare subito un segretario ’vero’ come vorrebbe fare Zingaretti significa dover mettere d’accordo mille anime. Non solo quelle delle varie opposizioni, ma anche delle componenti della maggioranza. Un segretario inoltre per essere tale non solo di nome dovrebbe avere un suo spessore, essere uno dei capi bastone dell’area composita che sorreggeva il Presidente del Lazio, e non è che da questo punto di vista i nomi si sprechino: Orlando e, Franceschini, che però stanno al governo.

In un quadro ancora limaccioso, una cosa emerge con nitidezza: Zingaretti con la segreteria ha messo da parte anche la diplomazia che aveva segnato la sua era: "C’è stato in questi mesi un gruppi dirigente vicino a me a cominciare da Orlando, Franceschini, D’Elia, Cuperlo, Zanda, Cuppi, Bettini, De Micheli, Oddati, Braga e tanti sindaci e amministratori sui territori". I “cattivi“, dai capigruppo Marcucci e Delrio per passare agli altri esponenti di Base riformista e arrivare ai Giovani turchi di Orfini non l’hanno presa bene. Il segretario dimissionario fa spallucce: "Ho fiducia che ci sarà la forza e l’autorevolezza per fare chiarezza dove io non sono riuscito e a rilanciare insieme un progetto per l’Italia". Più che una promessa sembra un auspicio. Basta sfogliare il ventaglio di ipotesi per capire che di chiarezza al Nazareno ce n’è ben poca: parte dei fedelissimi di Zingaretti ancora sperano che possa tornare indietro. "Da tanti circoli e da tante federazioni sono arrivate richieste di un suo ripensamento", dice Stefano Vaccari. Altri tra loro guardano altrove: in cima alla lista pongono i nomi di Giuseppe Provenzano e Cecilia D’Elia. "Come mettere un dito negli occhi di un pezzo di partito", fanno sapere da Base riformista dove, specie l’ex ministro (area Orlando), è considerato "troppo divisivo". Raccontano che Orlando, assieme a Franceschini e a Guerini stia provando a trovare una quadra: non è un mistero che sul nome della Pinotti (Areadem) Base riformista ci starebbe. Ma serve l’okay di Zingaretti & co., fermo restando, insiste Marcucci, che "noi vogliamo al certezza di un congresso dopo le amministrative, ovvero a inizio 2022". Per chiudere il cerchio qualcuno ha ipotizzato una diarchia Pinotti-Provenzano, altri il nome di Amendola (anche lui al governo) mentre continua il pressing su Enrico Letta, che si è già sfilato. Ieri mattina c’era pure chi, al Nazareno, proponeva l’ex ministro Gualtieri portando legna al fuoco di una candidatura a sindaco di Roma di Zingaretti nell’ambito di una staffetta con M5s tra Comune e Regione.

Ma persino questa caotica discussione è un bel passo avanti rispetto alla realtà. Prima infatti bisognerà mettersi d’accordo sulle regole: compito della riunione convocata oggi al Nazareno dall’organismo guidato dal presidente del Pd, Valentina Cuppi. E non c’è da stupirsi se in queste condizioni nessuno scommetterebbe a cuor leggero sull’effettivo svolgimento dell’assemblea nazionale nella data fissata, il 13 marzo, perché come segnala un esponente del partito, "si fa se abbiamo un nome, se non c’è un nome che la facciamo a fare?".