Evocato e temuto, immaginato ed esorcizzato, il partito di Draghi non esiste perché il primo a non volerlo è lo stesso premier. Ma questo non significa che non esista un’opinione pubblica "draghiana" che sarebbe pronta a sostenere un futuro movimento nel nome dell’ex numero uno della Bce. E, soprattutto, questo non vuole dire che già oggi non vi sia un nucleo consolidato di ministri che, al di là delle appartenenze, non si senta fino in fondo espressione della constituency propria del premier. Il nocciolo duro del...

Evocato e temuto, immaginato ed esorcizzato, il partito di Draghi non esiste perché il primo a non volerlo è lo stesso premier. Ma questo non significa che non esista un’opinione pubblica "draghiana" che sarebbe pronta a sostenere un futuro movimento nel nome dell’ex numero uno della Bce. E, soprattutto, questo non vuole dire che già oggi non vi sia un nucleo consolidato di ministri che, al di là delle appartenenze, non si senta fino in fondo espressione della constituency propria del premier. Il nocciolo duro del draghismo di governo è composto da Renato Brunetta e Luigi Di Maio, Maria Stella Gelmini e Giancarlo Giorgetti, Mara Carfagna e Elena Bonetti, per cominciare.

Bastano pochi indizi certi per rendersi conto di quello che sta accadendo più o meno sottotraccia attorno a Palazzo Chigi. È solo di qualche giorno fa l’avviso del ex capo politico dei 5 Stelle a sostegno delle tesi (giustamente) rigoriste di Draghi in materia di obbligo vaccinale. All’apparenza un attacco a Matteo Salvini ("Scelga tra il bene dell’Italia e la Meloni"): in realtà un messaggio che più esplicito non poteva essere per il nuovo leader del Movimento, Giuseppe Conte, che anche in queste ore parla, invece, di "obbligo vaccinale come extrema ratio". Né più né meno come il capo leghista.

I ministri di Forza Italia, a loro volta, come del resto il partito nel suo insieme, sono tutti schierati con il premier non solo sulle misure di contrasto della pandemia, ma anche su quelle di politica economica ("La flat tax la faremo quando vinceremo le elezioni") e, addirittura, dell’immigrazione. Basta considerare come la Gelmini e lo stesso Antonio Tajani abbiano difeso a spada tratta il Ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, contro le richieste di dimissioni del leader della Lega.

Solo più riservata, ma non per questo meno intensa (anzi) è l’attività di Giorgetti nel fare da scudo al premier dentro e fuori il suo partito, facendo sponda con un big del Nord, come Luca Zaia.

Nel novero dei Draghi boys, però, non possiamo annoverare nessuno del Pd (salvo, forse, ma molto timidamente Lorenzo Guerini): e, d’altra parte, se Enrico Letta definisce il suo partito il più draghiano della maggioranza, è Goffredo Bettini a ridare voce agli eterni orfani a sinistra del Conte due: Draghi è solo una parentesi per il Nazareno.

Sicché, al dunque, ha ragione Brunetta, quando a Cernobbio, ottenendo più applausi di tutti, insiste: "Lo sapete fare il soufflé? Si mette in forno, si lascia lievitare, quello profuma e viene voglia di aprire per dare un’occhiata. Ma se apri, implode. Ecco, il governo è così: non aprite quella porta".