di Davide Rondoni La autorevole e diffusa rivista Artribune, che si occupa in vario modo di arte, ha scelto come miglior performance del 2020 quella di Papa Francesco nella piazza deserta di San Pietro, il 27 marzo. Nel numero online che indica, a suo parere, i migliori artisti, gallerie, fondazioni, eccetera, entra dunque anche il Papa performer. La cosa potrebbe far sorridere, ma non chi si intende un po’ di arte. E dunque credo che la cosa vada presa sul serio. La performance è infatti da più di un secolo uno dei modi con cui l’arte moderna e contemporanea agisce nel mondo. Alcune sono...

di Davide Rondoni

La autorevole e diffusa rivista Artribune, che si occupa in vario modo di arte, ha scelto come miglior performance del 2020 quella di Papa Francesco nella piazza deserta di San Pietro, il 27 marzo. Nel numero online che indica, a suo parere, i migliori artisti, gallerie, fondazioni, eccetera, entra dunque anche il Papa performer. La cosa potrebbe far sorridere, ma non chi si intende un po’ di arte. E dunque credo che la cosa vada presa sul serio.

La performance è infatti da più di un secolo uno dei modi con cui l’arte moderna e contemporanea agisce nel mondo. Alcune sono diventate celebri, come quelle di Marina Abramović, per fare un nome di un’artista la cui fama ha valicato il confine degli addetti ai lavori. Inserire il Papa in tale classifica può sembrare riduttivo, se non ironico o un escamotage per trovare visibilità, ma vanno invece considerate due cose. Una è il fatto che l’arte è il campo in cui ogni popolo o civiltà trova la sua espressione e dove vengono a sintesi tensioni, visioni, idee che abitano quel popolo o civiltà. Non a caso l’arte è anche un grande terreno di conflitto, di scontro tra visioni e poteri. Ieri come oggi nella grande nobile arena dell’immaginario, della estetica, si confrontano visioni dell’uomo e della vita. Lo sa chi ha creato il Louvre o Hollywood o il mercato per certi artisti invece di altri. In secondo luogo occorre ascoltare quanto dice un altro noto artista di performance, Tino Sehgal: in un tempo secolarizzato l’arte diviene il luogo di ricerca del sacro.

La scena del Papa solo in piazza ha suscitato tanti commenti. Qualcuno ha visto in tale deserto una svalutazione della Chiesa come comunità e l’esaltazione del predicatore solitario, altri hanno notato la forza di affidamento a Dio in un momento di smarrimento. Di fatto era una preghiera, non una performance artistica. Il fatto che oggi qualcuno, tenendo sottocchio l’arte, pur mischiando a cose che c’entrano poco, riconosca la potenza anche estetica di quel gesto è un segno di attenzione, anche se resta l’inquietudine, per la Chiesa, di essere ritenuta, agli occhi di se stessa prima ancora che del mondo, un elemento di decorazione, di suggestione, e non il soggetto più scandaloso della storia in quanto corpo di Cristo. E, perciò, non performance artistica ma creatrice d’arte.

La Chiesa è sempre stata fucina di arte. E non solo come accade per altri poteri mondani per autoesaltazione (ogni re, fuhrer o presidente orna i propri palazzi).

Il motivo profondo per cui il cristianesimo nelle catacombe o nella più povera pieve è stato valorizzatore dell’arte (con mille traversie teologiche) sta nel fatto che la fede nell’incarnazione unisce cielo e terra e l’arte è l’unico linguaggio che riesce a alludere adeguatamente a tale Avvenimento. Non è solo una questione di uso catechistico (la bibbia per analfabeti fatta di immagini), ma è che l’incontro con Cristo è la cosa più bella che capita a un uomo. E la Chiesa, che ne è il corpo, dovrebbe sapere cosa è bellezza vera.