Leo

Turrini

Viviamo un tempo in cui nemmeno più sappiamo chi sia il nostro vicino di casa e dunque non deve sorprendere troppo che un presidente di una squadra di calcio congedi il suo allenatore con un...tweet. È accaduto al Napoli nei minuti immediatamente successivi alla mancata qualificazione alla Champions.

Ora, non è la vicenda in sé a stupire: dagli addetti ai lavori (e ai livori) ai tifosi tutti sapevano che tra il patron De Laurentiis e il mister Gattuso l’amore era finito da un pezzo. Inoltre, trattandosi di pallone, stiamo sempre parlando di privilegiati, mica di cassaintegrati.

Semmai e sul serio, dovrebbe farci riflettere questa irresistibile tendenza a ‘digitalizzare’ tutto, vicende private comprese.

Meno ci frequentiamo nell’esistenza reale e più siamo attratti dalla dimensione ‘pubblica’. Non comunichiamo a quattrocchi, ma su Whatsapp sì. Non dialoghiamo più con la voce e attraverso gli sguardi, ma raccontiamo ’storie’, talvolta anche le più intime!, tramite podcast o su Instagram. Facebook ha preso il posto delle conversazioni. I ’like’ hanno sostituito i sorrisi veri. Forse era inevitabile. Forse la rivoluzione tecnologica ha cambiato per sempre il nostro modo di essere e del resto Donald Trump diventò presidente in America non per le sue idee ma grazie, appunto, a Twitter.

Magari è giusto. Oppure, aveva ragione il grande Lucio Dalla, quando cantava: "Ma l’impresa eccezionaledammi rettaè essere normale".

Appunto. Ma normale per chi?