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30 lug 2022

Il nuovo centro Carfagna e Gelmini in Azione "Non si trama con Mosca"

Le due ex big azzurre con Calenda. Ira di Forza Italia: traditrici per interessi. L’ex ministro dello Sviluppo frena Toti: ha un accordo con il centrodestra. Cresce il pressing del Partito democratico per chiudere l’alleanza

30 lug 2022
ettore maria colombo
Cronaca
Mariastella Gelmini (a sinistra), Carlo Calenda e Mara Carfagna
Mariastella Gelmini (a sinistra), Carlo Calenda e Mara Carfagna
Mariastella Gelmini (a sinistra), Carlo Calenda e Mara Carfagna
Mariastella Gelmini (a sinistra), Carlo Calenda e Mara Carfagna
Mariastella Gelmini (a sinistra), Carlo Calenda e Mara Carfagna
Mariastella Gelmini (a sinistra), Carlo Calenda e Mara Carfagna

di Ettore Maria Colombo

Le ministre ormai ex azzurre, pur se ancora saldamente al governo, Mariastella Gelmini e Mara Carfagna (Renato Brunetta è un ‘come se’), hanno ufficializzato la loro adesione ad Azione. Entrambe dicono di voler fare una campagna elettorale all’attacco del vecchio partito e non risparmiano accuse feroci sulla caduta del governo Draghi e le "ambiguità" del centrodestra, comprese quelle di FI, secondo loro, sulla Russia. "Dopo il 20 luglio (caduta Draghi, ndr) il mondo è cambiato", dicono, lanciando la sfida tra ‘buoni’ e ‘cattivi’ (Fd’I-Lega e pure FI). Il problema è che la notizia, in realtà, non lo è. Che le due ministre avrebbero aderito ad Azione non era un mistero per nessuno. Da qui, i veri e propri attacchi tra loro e i forzisti berluscones. Per le ministre, però, "Azione ricorda FI del 1994". E qui, la sinistra, interna ed esterna al Pd, trasecola.

Giovanni Toti e i suoi di Italia al Centro, invece, non ci saranno: Calenda gli chiude la porta, ma Toti era già uscito dalla stanza perché andrà con il centrodestra. Il tema vero è se il "Patto repubblicano" di Azione+Europa+le ministre ex FI sarà in alleanza, o no, col Pd e il centrosinistra. Ieri, il barometro segnava bel tempo. Calenda, dopo aver urlato, in romanaccio: "La destra vince? Ma de che!", spiega che Azione sta valutando se sia più conveniente, "per fermare le destre", correre da soli e prendere voti nel proporzionale o fare "un’alleanza tecnica" col Pd. Ma quanti collegi il Pd è pronto a cedere agli ‘azionisti’? Loro alzano il prezzo. Al netto del consueto ‘bla-bla-bla’ da conferenza stampa di Calenda, il cui sogno è "un partito in cui lavorano insieme socialdemocratici, liberali e popolari come in Ue", i posti che chiede Azione sono tanti. I candidati ‘forti’ sono almeno una ventina: quelli che vengono dal Pd (Richetti), da Iv (Troiano), da FI ma arrivati per prima (Costa e poi Cangini), le attuali ministrei (ben tre), 5 di +Europa (Bonino, Della Vedova, Magi, etc.). La somma già fa dieci.

Ma il Nazareno, nelle regioni rosse, ha chiesto ai segretari regionali (Bonafé in Toscana, Tosiani in Emilia, eccetera) di mantenere ‘liberi’ non più di 45 posti a regione, da distribuire in ‘quota parte’ ai suoi (tanti) alleati. Solo che i posti scarseggiano. Infatti, dato che – tranne Azione – nessuno dei ‘minori’ ha la minima sicurezza di agguantare il 3%, a Ipf (Di Maio) toccano almeno tre o quattro posti, a Tabacci (CD) uno o due, ai sindaci vicini a Ipf (Pizzarotti) un paio, ai ‘rosso-verdi’ (sempre che, dato l’arrivo del detestato Calenda, non rompano e vadano con Conte), altri 45 cinque. Per non parlare di Renzi, la cui collocazione è ancora in progress. Inoltre, proprio ieri, le liste degli altri ‘nanetti’ (Articolo 1 di Speranza, Psi di Maraio, Demos di Mario Giro) hanno ufficializzato la loro adesione al progetto-listone ‘Democratici&Progressisti’. Vuol dire 2 posti a Psi, 2 a Demos, cinque a Art 1. E i collegi sicuri, per Azione, sarebbero pochini.

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