Antonio Troise Quando i cronisti lo incalzavano con le domande, Franco Marini rispondeva sornione: "Mo’ vediamo...". Il “lupo marsicano” non ha mai rinunciato allo stile pragmatico di chi va subito al sodo. Anche a costo di sembrare un po’ ruvido. Ma sempre pronto ad ascoltare le ragioni degli altri,...

Antonio

Troise

Quando i cronisti lo incalzavano con le domande, Franco Marini rispondeva sornione: "Mo’ vediamo...". Il “lupo marsicano” non ha mai rinunciato allo stile pragmatico di chi va subito al sodo. Anche a costo di sembrare un po’ ruvido. Ma sempre pronto ad ascoltare le ragioni degli altri, soprattutto dei più deboli, da grande mediatore. In un’intervista confessò che da ragazzo il suo sogno era di dirigere la Cisl. Ci riuscì nell’85, dopo aver stretto un patto di ferro per la successione con Pierre Carniti.

Arrivò in vetta nell’anno più difficile per la triade sindacale, quello del referendum sulla scala mobile che segnò la frattura con la classe operaia, una ferita che non si è più rimarginata. Eppure, Marini, fu il leader sindacale che uscì meglio dalle contestazioni di piazza, il meno “fischiato” soprattutto rispetto a Lama e Benvenuto, a capo di Cgil e Uil. Eppure non era certo facile, per un democristiano, guidare un grande sindacato. Marini lo ha fatto andando per la sua strada, conquistandosi sul campo la fama del mediatore di ghiaccio. "Marini uccide con il silenziatore", disse di lui una volte Carlo Donat Cattin, il secondo dei suoi grandi maestri, subito dopo Giulio Pastore, il padre del sindacato di ispirazione cattolica. "Non ho mai capito se era un complimento", confessò anni dopo. Con la sua scomparsa, va via un intero pezzo della vita economica e sindacale del Paese. Ci Marini lo ha incarnato fino in fondo, mettendoci il corpo e l’anima, con il suo eterno sigaro in bocca e le sue cravatte sfavillanti.