Juana Cecilia Hazana Loayza
Juana Cecilia Hazana Loayza
Cinquantatre minuti. L’ultima ora di vita di Juana Cecilia Loayza Hazana è impressa in un audio, contenuto nel cellulare di chi l’ha brutalmente uccisa sotto casa a Reggio Emilia, nel parco dell’ex Polveriera. Il suo stalker Mirko Genco voleva conservarne la voce sul telefono, consapevole che la trentaquattrenne peruviana non avrebbe ceduto: quella doveva essere l’ultima volta che si sarebbero visti. Lei gli aveva concesso un’ultima passeggiata verso casa, lasciandolo sfogare. La nonna: "Il mio Mirko, geloso e possessivo" E quello sfogo si trova ora nelle mani degli inquirenti, i militari del Nucleo investigativo dei carabinieri e il sostituto procuratore Maria Rita Pantani. "Volevo conservare per ricordo la voce della giovane, perché sarebbe stato l’ultimo giorno in cui l’avrei vista: sua madre non voleva che ci incontrassimo", così si era giustificato durante...

Cinquantatre minuti. L’ultima ora di vita di Juana Cecilia Loayza Hazana è impressa in un audio, contenuto nel cellulare di chi l’ha brutalmente uccisa sotto casa a Reggio Emilia, nel parco dell’ex Polveriera. Il suo stalker Mirko Genco voleva conservarne la voce sul telefono, consapevole che la trentaquattrenne peruviana non avrebbe ceduto: quella doveva essere l’ultima volta che si sarebbero visti. Lei gli aveva concesso un’ultima passeggiata verso casa, lasciandolo sfogare.

La nonna: "Il mio Mirko, geloso e possessivo"

E quello sfogo si trova ora nelle mani degli inquirenti, i militari del Nucleo investigativo dei carabinieri e il sostituto procuratore Maria Rita Pantani. "Volevo conservare per ricordo la voce della giovane, perché sarebbe stato l’ultimo giorno in cui l’avrei vista: sua madre non voleva che ci incontrassimo", così si era giustificato durante l’interrogatorio fatto in caserma sabato. Un audio fondamentale per ricostruire la dinamica di quel maledetto venerdì sera, iniziato in maniera spensierata in un locale del centro storico assieme a un gruppo di amici, poi finito in un parco sotto il palazzo di casa. In quella registrazione ci sarebbe anche il momento in cui Genco si è approfittato dello stato alterato di Cecilia (aveva bevuto) per commettere un ultimo atto meschino verso di lei: una violenza sessuale.

Quell’incredibile somiglianza. "Per lui era un’ossessione"

Dopodiché l’audio si interrompe quando il ventiquattrenne di origine albanese, ma che vive a Parma, ha deciso di salire in casa di Cecilia dopo averla tramortita, prendere un coltello dalla cucina, scendere di nuovo e ucciderla. Una fredda lucidità che il killer ha mostrato anche in tribunale durante la convalida d’arresto e che ha convinto il giudice per le indagini preliminari a confermare la misura cautelare in carcere perché "è l’unica misura capace di proteggere la collettività".

Una pericolosità sociale che però evidentemente non era stata valutata la prima volta che Genco era stato condannato per atti persecutori, il 3 novembre, quando la pena inflittagli fu di due anni con pena sospesa: l’unico obbligo era quello di frequentare un corso per uomini violenti. Un corso che però di fatto non era nemmeno ancora iniziato (aveva fatto solo un incontro preliminare il 16 novembre). Ieri la titolare delle indagini Maria Rita Pantani ha precisato: "Nessun programma è mai stato predisposto e nessuna presa in carico del soggetto c’è mai stata". Una versione leggermente diversa da quella raccontata dalla presidente del tribunale Cristina Beretti, che pochi giorni fa aveva dichiarato che Genco "aveva iniziato la frequentazione di un centro di recupero, condizione necessaria per poter avere la sospensione condizionale della pena". Di fatto però quel percorso non era nemmeno ancora iniziato, a ben 12 giorni di distanza dalla sua condanna.

"Tutto bene, sto andando a casa". Gli ultimi istanti in vita di Cecilia

Intanto cresce la solidarietà spontanea a Reggio Emilia per la condizione della famiglia di Juana Cecilia Loayza Hazana. La madre, arrivata pochi mesi fa dal Perù per aiutare la figlia a badare al nipotino di un anno e mezzo, ora si trova in una casa in affitto che non sa come pagare, senza un lavoro e senza conoscere l’italiano. La donna e il bimbo, figlio di una precedente relazione della trentaquattrenne peruviana, sono seguiti dai servizi sociali, ma l’emergenza di questi giorni ha spinto un gruppo di locali della città ad attivarsi. "Vogliamo dare rispetto alle vittime di questi crimini e vogliamo ricordare Cecilia, uccisa dopo aver passato una magnifica serata in uno dei nostri locali, tra la nostra gente, nella nostra città, felice e sorridente come quegli attimi in cui l’abbiamo conosciuta".

Dal Perù è una delle sorelle di Cecilia a farsi sentire, postando un video in cui si vede il tributo fatto dai pompieri di Lima per la trentaquattrenne che aveva lavorato nel corpo dei vigili del fuoco. "Ci fa male non poterti dare l’ultimo addio con la distanza così lontana che ci separa – ha scritto su Facebook la sorella – Sarai sempre nel nostro cuore, ti ricorderemo sempre con le tue risate, le tue ricorrenze, e la brava persona che eri. Ti amiamo tanto".

Juana Cecilia faceva parte di una famiglia molto numerosa: erano in sette fratelli. Una delle sorelle in questi giorni è partita per venire a Reggio e dar man forte alla madre, rimasta sola in questo difficilissimo momento.