di Viviana Ponchia La morte è certa, il futuro delle nostre spoglie digitali un po’ meno. E come bambini spensierati – giustamente – di entrambe le cose non ci preoccupiamo. Invece dovremmo. Almeno delle seconde. Ormai sappiamo di non avere una vita sola. C’è quella analogica che procede per default biologico e quell’altra che finisce (e ci definisce) dentro uno smartphone. Non è il caso di fare i moralisti e demonizzare un freddo rettangolo che respira litio. Sarà anche la perversione che precede l’estinzione, ma il cellulare ha un’anima. La costruiamo noi infilandoci...

di Viviana

Ponchia

La morte è certa, il futuro delle nostre spoglie digitali un po’ meno. E come bambini spensierati – giustamente – di entrambe le cose non ci preoccupiamo. Invece dovremmo. Almeno delle seconde. Ormai sappiamo di non avere una vita sola. C’è quella analogica che procede per default biologico e quell’altra che finisce (e ci definisce) dentro uno smartphone. Non è il caso di fare i moralisti e demonizzare un freddo rettangolo che respira litio. Sarà anche la perversione che precede l’estinzione, ma il cellulare ha un’anima. La costruiamo noi infilandoci dentro tutto ciò per cui saremo disposti a combattere: legami affettivi e bancari, foto, file, video. Una massa di informazioni che racconta chi siamo o vorremmo essere. Insomma il magazzino più o meno frequentabile della nostra identità. Non si può sfiorare il telefonino di chi amiamo senza rabbrividire all’idea di cosa potremmo trovarci dentro. Lo stesso smarrimento dovrebbe comunicarci il pensiero di saperlo sganciato da noi mentre un manipolo di eredi, così composti al cimitero, comincia a litigare dal notaio. I primi risvolti drammatici del problema sono fra noi. Qualche anno fa i genitori di una ragazza tedesca di 15 anni travolta da un treno chiesero a Facebook di accedere al suo profilo per capire se si fosse trattato di incidente o di suicidio caudato da bullismo on line. Ci vollero due sentenze per scardinare la cocciuta opposizione della società e solo dopo molto penare l’alta corte stabilì che i contenuti sui social vanno trasmessi agli eredi come i diari e le lettere. Senza violare la privacy di nessuno.

Adesso un’altra sentenza destinata a fare storia impone a Apple di consegnare ai genitori di un ragazzo deceduto, Carlo Costanza, tutti i contenuti digitali del figlio. I poveretti cercano di colmare un vuoto emotivo ma intanto si allarga la voragine al capitolo tutela post mortem di ciò che è archiviato nel cloud (un cliente resta un cliente anche se ormai si ritrova con due date sul marmo). Le derive sono imprevedibili.

Il 12 luglio 2017 Cristina Giordana seppellì il figlio precipitato dal Cervino durante una corsa podistica. Tredici giorni dopo si presentò a discutere al posto suo la tesi in biologia molecolare. Poi entrò nel suo profilo Facebook parlando per mesi in prima persona come Luca Borgoni di anni 22. Alla fine si trovò la porta del social sbarrata e il fiorellino delle pagine commemorative. Le dissero che era pazza a fare parlare un morto. A lei sembrò una pazzia dover fare testamento a vent’anni per lasciare in eredità le pagine di una vita che nessuno immagina debba finire. Eppure siamo proprio a questo punto, finché c’è tempo dobbiamo nominare un successore per le tracce che resteranno sul web quando non ci saremo più. Non siamo immortali nemmeno a 15 anni. Non è mai troppo presto per rendersi conto che un amante o un tesoretto alle Cayman prima o poi salteranno fuori dalla nuvola.