di Massimo Cutò La sua foto più bella è un biancoenero del 1978, arrivata per telescrivente dall’Argentina. Inutile cercarla nel mucchio, è stata sommersa dalla montagna di istantanee dell’avventura mondiale. Il ragazzo in primo piano è sul campo di allenamento, la tuta azzurra addosso, il ciuffo sfrontato, la faccia pulita e un sorriso contagioso. Sono ancora pochi a conoscerlo, nelle case, al di là dell’esercito dei calciofili. Viene da una squadra provinciale che fa meraviglie e si chiama Lanerossi Vicenza: è la rivelazione del campionato, un mingherlino di 21 anni che gioca di punta e segna valanghe di gol. Lo scatto lo coglie mentre gonfia un palloncino con il chewing-gum: è nato a Prato, ma potrebbe essere uno scugnizzo napoletano. Fa tenerezza. Perché è uno di noi, uno della generazione che cerca di farsi strada nell’Italia ferita e disorientata: le leggi speciali...

di Massimo Cutò

La sua foto più bella è un biancoenero del 1978, arrivata per telescrivente dall’Argentina. Inutile cercarla nel mucchio, è stata sommersa dalla montagna di istantanee dell’avventura mondiale. Il ragazzo in primo piano è sul campo di allenamento, la tuta azzurra addosso, il ciuffo sfrontato, la faccia pulita e un sorriso contagioso. Sono ancora pochi a conoscerlo, nelle case, al di là dell’esercito dei calciofili. Viene da una squadra provinciale che fa meraviglie e si chiama Lanerossi Vicenza: è la rivelazione del campionato, un mingherlino di 21 anni che gioca di punta e segna valanghe di gol. Lo scatto lo coglie mentre gonfia un palloncino con il chewing-gum: è nato a Prato, ma potrebbe essere uno scugnizzo napoletano. Fa tenerezza. Perché è uno di noi, uno della generazione che cerca di farsi strada nell’Italia ferita e disorientata: le leggi speciali antiterrorismo, Moro trucidato dalle Brigate Rosse, il partigiano Pertini eletto presidente della Repubblica, i tre papi nello stesso anno. Un tempo complicato, difficile da interpretare.

Ma in tanto grigiore ecco l’immagine spedita da Buenos Aires, che plana sospinta dal vento dell’allegria. Fu quella foto a farci capire – attraverso il pallone e le vittorie, perché no – che le cose potevano cambiare. E fu quella foto a fare di Paolo Rossi il figlio che ogni famiglia avrebbe desiderato: semplice, aperto, la vita in tasca, ricco di sogni e speranze. Ha detto ieri Trapattoni, che è stato il suo allenatore alla Juve: "I giocatori non dovrebbero andarsene prima degli allenatori". Ha colpito nel segno il Trap, esprimendo un lutto collettivo che va oltre lo stadio e gli scudetti. La verità è che nessun genitore vorrebbe mai sopravvivere alla morte di un figlio: "Fra tutti i dolori è quello davvero insopportabile, l’esperienza più devastante", spiega lo psichiatra Claudio Mencacci. E Pablito – il nomignolo che lo rese famoso in tutto il mondo, quattro anni dopo – è stato il figlio di tutti. Perfino dei suoi coetanei: cresciuti con lui, specchiati in lui, diventati padri come lui.

I figli di Rossi sono tre: Alessandro, 38 anni, geometra, avuto dalla prima moglie. Maria Vittoria e Sofia Elena invece di anni ne hanno 10 e 8, il regalo di Federica al suo uomo tanto amato. Lui, 64 anni compiuti a settembre, aveva i capelli grigi, l’aria un po’ stanca, garbato e discreto anche da opinionista tv. Un padre ultrasessantenne, insomma, che con qualche fatica corre dietro a due bambine, mettendo a dura prova le ginocchia fragili. L’abbiamo visto tante volte, sfogliando i rotocalchi, nel ritratto di famiglia sul divano.

Ma abbiamo continuato a guardarlo ragazzino, con gli occhi di un passato irripetibile, mentre noi inseguiamo la vita che scappa via. Paolo è rimasto Peter Pan, il giovane favoloso condannato a non invecchiare mai. Un privilegio che spetta solo agli eroi, i campionissimi, i semidei. Tutta la parabola nazionalpopolare compressa in due date: 1978-1982. E in due maglie azzurre. Quella d’Argentina: le maniche lunghe e il collo a lupetto perché si giocava nell’autunno dell’altro emisfero, mentre qui da noi scoppiava l’estate. Quella di Spagna: le maniche corte, il colletto a V con i bordi tricolori, bagnata di afa e sudore. Simbolicamente quelle maglie le abbiamo riposte nei nostri armadi, perfettamente lavate e stirate da mani amorevoli. Le mani di una madre che ti dà cuore – come quelle di mamma Amelia, la sarta – e che continua a preparare per te le tagliatelle fatte a mano e a stirare le camicie, perché sei ancora il suo ragazzo anche quando hai oltrepassato la mezza età.

Poi ci sono i padri. Papà Vittorio, ala destra del Prato, impiegato in un’azienda di tessuti che lo vorrebbe in banca con il diploma di geometra. E i padri putativi in mezzo al campo. C’è Gibì Fabbri che lo inventa rapace in area di rigore, bomber veloce come il lampo. E c’è Enzo Bearzot, il vecio, l’uomo che lo ricarica dopo i due anni di stop per il calcioscommesse, consegnandolo al mito Mundial nel pomeriggio di Madrid. "Son tutti figli di Bearzot", è il ritornello di un disco-tormentone che cantava le gesta di quella Nazionale baciata dalla gloria. Nella cartolina dell’82, in piedi e accosciati, accanto a Zoff (l’ennesimo padre di questa storia italiana) c’è un volto che non ingiallisce, senza mai rughe, felice di esserci. L’aria profuma di gioventù. È l’estate di Paolo Rossi, il figlio di tutti, che durerà per sempre.