Nino

Femiani

È da decenni che sul presepe napoletano infuria una disputa filologia. Da una parte i puristi che chiedono di rispettare il disciplinare della bolla Solet annuere del 1223, dall’altra i modernisti che considerano ‘o presepio una costruzione viva, al passo dei tempi. Per quest’ultimi le regole da osservare sono solo due: le statuine vanno realizzate a mano (e bisogna chiamarle ‘pastori’ anche se si tratta della Madonna o di un angelo) e acquistate a San Gregorio Armeno, sancta santorum di questa arte. Mitologie e simbolismi non impediscono agli artigiani di pensare al presepe come un luogo "inclusivo", un affluente in cui si mescolano sacro e profano.

Un cortocircuito che permette di mettere davanti alla grotta, confusi tra popolani e venditori di frutta, Maradona che palleggia, Totò con la Livella sotto al braccio o Pulcinella travestito da oste. E Ibra che chiede a Gesù: "Io sono Zlatan e tu?". Negli anni le statuine hanno omaggiato tanti vip, seguendo il filo dell’attualità: da Berlusconi che bussa al Quirinale a Salvini che indossa la casacca del gendarme, da Valentino Rossi che saluta l’amata moto a Rocco Siffredi che lascia l’Isola dei famosi. Quest’anno, ad esempio, i Re Magi viaggiano con il green pass in mano invece che con oro, incenso e mirra. Per questo motivo il presepe napoletano è amato da tutti, anche dai poco osservanti: è il luogo dove spiritualità e vita quotidiana si incontrano, dove Bene e Male si fondono.