Andrea Maggi insegna italiano nella realtà e nel docu-reality di Raidue
Andrea Maggi insegna italiano nella realtà e nel docu-reality di Raidue

Milano, 12 novembre 2019 - Nessuno meglio di lui conosce i problemi dei ragazzi, visto che vive contemporaneamente nella scuola di oggi e in quella di ieri. Lui è Andrea Maggi, il professore più amato del «Collegio», la trasmissione di Raidue che spopola tra i giovani (supera il 10% di share con 2,4 milioni di spettatori complessivi, ma nella fascia 11-14 anni arriva addirittura al 60%). Maggi, 45 anni, di Pordenone, sposato con una figlia, insegna italiano nella realtà e nella finzione televisiva.

Il Collegio propone ai ragazzi di oggi uno stile didattico ormai dimenticato, basato su regole precise e una disciplina ferrea, quanto di più lontano si potrebbe immaginare dalla loro mentalità. Eppure lo seguono in massa. Come mai?
"Il nostro è un esperimento sociale. Si prendono ragazzi di oggi e li si mettono in un posto dove sono vietati i telefonini, i tablet, la connessione a Internet, e dove le regole sono rigide. Il Collegio è un posto dove un ’sì’ è ’sì’ e un ’no’ è ’no’, e molto spesso la risposta è proprio ‘no’. Questo esperimento piace così tanto ai ragazzi che, se trent’anni fa si minacciava un ragazzo discolo dicendogli ‘ti mandiamo in collegio’, oggi sono i ragazzi stessi che chiedono di andare in collegio!"

La disciplina e le regole, che appunto vigono al Collegio, impauriscono o affascinano i ragazzi?
"I ragazzi di oggi, a dispetto di quanto si pensi, sono sedotti da regole e disciplina. Un ordine ferreo affascina soprattutto quella categoria di ragazzi che a casa non deve sottostare ad alcun genere di norma, dove, anzi, molto spesso sono proprio loro a dettare le regole di convivenza ed educazione. La ragione di tutto questo deriva dalla fragilità dei genitori di oggi. Viviamo in una società molto complessa, dove il minimo comun denominatore è la precarietà. Gli adulti, vivendo in una realtà precaria, sono molto fragili, e trasmettono questa fragilità ai loro figli. I figli, che dovrebbero vedere nei genitori i solidi pilastri della loro educazione, spesso hanno a che fare con adulti insicuri. In questo contesto i ragazzi crescono senza regole. Ecco che potersi cimentare in un contesto in cui le regole invece sono ferree, costituisce una doppia attrattiva. Da un lato rappresenta una sfida: ‘Voglio vedere se riescono a farmi rigare dritto’. Dall’altro, per loro è un contesto attraente in cui misurarsi con una realtà nuova, direi sconosciuta".

Lei cosa ha imparato da questi anni al Collegio?
"Ho appreso, soprattutto, due cose. Personalmente ho imparato che fare televisione mi piace tantissimo. Diciamo che prima la snobbavo, mentre ora ne ho capito l’importanza, anche sociale. Il secondo elemento di riflessione è che per avere a che fare con i giovani di oggi bisogna soprattutto saperli ascoltare. Ma non basta ascoltare: bisogna anche insegnare ad ascoltare gli altri, un atteggiamento sempre più raro".

Di tutti gli anni esplorati dal Collegio (la trasmissione ha iniziato dai Sessanta, la quarta edizione è ambientata negli Ottanta), quali sono stati più funzionali al gioco della trasmissione?
«È stato molto interessante e funzionale il 1960, perché rappresentava un distacco totale tra l’oggi e quella che ai ragazzi – ma non solo a loro, anche a me perché a quell’epoca i miei genitori andavano alla scuola media – sembrava quasi l’Età della pietra. Però adesso sta funzionando benissimo il 1982, perché ha attirato anche una fetta di pubblico che era giovane negli anni Ottanta. Ascoltando le musiche di allora, guardando le immagini di quell’epoca, gli adulti di questa generazione vivono una sorta di revival. In questo modo abbiamo catturato un doppio pubblico, giovani e genitori. Siamo riusciti in un piccolo miracolo: abbiamo riunito due generazione davanti alla tv".

C’è stato qualche episodio nella sua esperienza che l’ha particolarmente divertita?
"Sono rimasto spiazzato quando al Vittoriale due collegiali hanno rappato ’La pioggia nel pineto’. Non mi ero mai immaginato una interpretazione del genere della poesia di D’Annunzio, e questo testimonia la vivace inventiva dei ragazzi. L’altra cosa che mi ha sconvolto è stato l’11-0 subito alla partita. Non avevo mai visto una squadra perdere 11-0, sarei voluto entrare io in campo".

Secondo lei Il Collegio può andare avanti con gli anni Novanta, o c’è un limite temporale invalicabile?
"Il Collegio lo si può fare anche ambientandolo nel futuro".