Il capitano Natale De Grazia, morto a 39 anni. Il cadavere presentava segni di torture
Il capitano Natale De Grazia, morto a 39 anni. Il cadavere presentava segni di torture
Un quarto di secolo, due inchieste, un dossier parlamentare e solo buio pesto. La morte del capitano di Marina, Natale De Grazia, resta avvolta nel mistero, un giallo che alita vergogna per i depistaggi e la sciatteria che hanno caratterizzato le indagini. Ora qualcuno scuote l’albero dell’oblio. La procura di Catanzaro decide di riaprire le indagini e si muove anche il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa. "Ho attivato la procedura affinché il capitano Natale De Grazia venga insignito della medaglia d’oro ambientale. Con le sue inchieste sul traffico dei rifiuti e sulle navi a perdere in Calabria ha aperto un cono di indagini su una questione estremamente delicata. Sorgono ancora dubbi sulla sua scomparsa e ho...

Un quarto di secolo, due inchieste, un dossier parlamentare e solo buio pesto. La morte del capitano di Marina, Natale De Grazia, resta avvolta nel mistero, un giallo che alita vergogna per i depistaggi e la sciatteria che hanno caratterizzato le indagini. Ora qualcuno scuote l’albero dell’oblio.

La procura di Catanzaro decide di riaprire le indagini e si muove anche il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa. "Ho attivato la procedura affinché il capitano Natale De Grazia venga insignito della medaglia d’oro ambientale. Con le sue inchieste sul traffico dei rifiuti e sulle navi a perdere in Calabria ha aperto un cono di indagini su una questione estremamente delicata. Sorgono ancora dubbi sulla sua scomparsa e ho stanziato 1 milione di euro, messo a disposizione dalla nuova Direzione generale mare del ministero dell’Ambiente".

"Dopo la pubblicazione, lo scorso anno, della nostra inchiesta su Fanpage, con cui attraverso quattro fonti diverse mettevamo in evidenza tutte le incongruenze della ricostruzione ufficiale, il ministero annunciò di mettere in campo nuove risorse per proseguire le indagini. Non sapevamo ancora come quei fondi sarebbero stati utilizzati, adesso lo sappiamo. Si è deciso di perseguire l’unico reato, relativo ai traffici di rifiuti e materiali sensibili via mare non ancora prescritto, quello sul suo omicidio. Speriamo si arrivi a una risposta". Così Sandro Di Domenico, giornalista e autore di 'Pesciolini e pescecani', un libro che contiene ben due capitoli sulla tragica fine di De Grazia.

Il 13 dicembre 1995 il capitano, l’uomo che aveva scoperchiato il pentolone del traffico dei rifiuti tossici affondati su navi di incerta origine nel Mediterraneo, viene trovato morto sull’autostrada Reggio Calabria-Salerno, in una piazzola di sosta all’altezza di Mercato San Severino. Aveva solo 39 anni. Il decesso viene rubricato come arresto cardio-circolatorio. Eppure sarebbe bastato eseguire una ‘vera’ autopsia per capire che qualcosa non quadrava. Il cadavere presentava tumefazioni, bruciature sotto le ascelle, lividi e naso gonfio come se avesse preso una testata. De Grazia fu torturato prima di essere ucciso e poi trasportato su quella piazzola?

Qualche giorno prima di morire il capitano, che stava conducendo un’indagine top secret, aveva riferito al cognato, Francesco Pastorino, di essere molto preoccupato. "Qualcuno nel mio pool fa il doppio gioco e passa informazioni riservate ai servizi segreti deviati", si sarebbe confidato.

Qual era il materiale scottante che potrebbe essere stato la causa della sua uccisione? L’ufficiale stava seguendo le tracce di due ‘navi a perdere’, che trasportavano bidoni radioattivi ed era arrivato a conoscerne partenza e approdo. Informazioni che conosceva solo lui.

Perché queste notizie erano tanto pericolose? Perché quel traffico coinvolgeva funzionari e alte personalità non solo del governo italiano, ma anche di governi europei e finanche di quello americano. Una spy story capace di far saltare carriere travolte da una sfacciata illegalità. Non è un caso che l’ultimo viaggio di De Grazia aveva come destinazione la centrale nucleare di Bosco Marengo. Una fatale missione per chiudere il cerchio e sequestrare quell’impianto dove erano conservati 800 chili di polvere di uranio pronti a diventare combustibile nucleare. E da dove arrivava questa ‘roba’? Dagli Stati Uniti, in fusti gialli trasportati dalla nave ‘Americana’. Per finire dove? In Medio Oriente o forse anche in qualche repubblica ex sovietica, come l’Ucraina, che aveva bisogno di riprocessare il materiale in una centrale lontana e apparentemente dismessa.