Corrado

Piffanelli

Se c’è una cosa inaccettabile del calcio è la presunzione di impunità che dirigenti, allenatori e giocatori continuano ad ostentare, come se lo status di calciatore gli garantisse un salvacondotto per qualsiasi comportamento, un alibi per qualunque scelleratezza. Sei espulso? Colpa dell’arbitro. Perdi? È per la sfortuna. Giochi male? Conseguenza della pressione. Ma il peggio viene quando questi privilegiati sbattono contro le regole di tutti i giorni. Così Ronaldo se ne va a Courmayeur in barba alle zone rosse, butta la fascia di capitano del Portogallo dopo la gara con la Serbia, getta la maglia della Juve perché non ha segnato contro il Genoa (o chissà per quale altro motivo). E poco gli importa se domani ci saranno 2-3 milioni di bambini che faranno uguale: definito dal suo presidente Agnelli un "supereroe per i bambini" quando c’era da giustificarne l’acquisto agli azionisti, CR7 se ne ricorda però solo quando gli torna comodo. Non che alla Juve gli siano d’esempio: sospendendo il giudizio sulla vicenda Suarez, l’allegra combriccola subito perdonata Dybala-McKennie-Arthur ha dato un bel messaggio al mondo in pandemia. Se Sparta piange, Atene non ride. Non contento del pessimo esempio dato al mondo nell’alterco con Lukaku, di aver urtato milioni di animalisti con la vicenda del leone, Ibra da bravo testimonial della campagna vaccinale si fa beccare al ristorante. Con la mascherina? Ovviamente no, quella la mette chi deve lavorare e stare in casa.