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20 giu 2022

I tempi cambiano: un sindacato (anche) in Apple

Dopo Amazon e Starbucks arriva una rappresentanza dei lavoratori negli store del colosso tecnologico. La svolta in Maryland

20 giu 2022
giampaolo pioli
Cronaca
Una donna passeggia davanti all’Apple Store sulla Fifth Avenue a New York
Una donna passeggia davanti all’Apple Store sulla Fifth Avenue a New York
Una donna passeggia davanti all’Apple Store sulla Fifth Avenue a New York
Una donna passeggia davanti all’Apple Store sulla Fifth Avenue a New York
Una donna passeggia davanti all’Apple Store sulla Fifth Avenue a New York
Una donna passeggia davanti all’Apple Store sulla Fifth Avenue a New York

di Giampaolo Pioli

Sconfortato dai sondaggi negativi, incerto sulle scelte economiche per gli Stati Uniti come sulle due ruote durante il weekend, il presidente Joe Biden può avere però la soddisfazione di dire che sotto la sua amministrazione, mentre in altri Paesi del mondo succede il contrario, l’America riscopre il valore del sindacato e anche i grandi gruppi tecnologici sono costretti ad aprire le porte alle organizzazioni dei lavoratori. Ultima in ordine di tempo è stata la Apple che a sorpresa, nel super negozio di Towson alla periferia di Baltimora in Maryland, ha visto prevalere largamente il voto dei dipendenti che vogliono essere tutelati rispetto agli altri che preferiscono l’indipendenza e la trattativa privata per i salari.

Certo – anche se l’esito della consultazione, 65 contro 33, assegna al giovane sindacato (Apple Core Union) dentro la Apple di Baltimora una maggioranza schiacciante che può diventare un simbolico indicatore per gli altri 270 negozi sparsi in tutta America che si preparano a votare –, c’è da aspettarsi la controffensiva dei colossi: si sentono imbrigliati e rallentati nelle loro scelte spesso drastiche che non vogliono tener conto dei lavoratori, ma solo del mercato e della concorrenza. Proprio in queste ore Elon Musk sta sparando a zero sui dipendenti di Twitter definiti fannulloni. E gli uomini di Bezos ad Amazon – dopo lo schiaffo che hanno ricevuto nel grande deposito di Staten Island dove il sindacato è entrato – hanno fatto una campagna così massiccia assicurando benefici e aumenti di salario solo a condizione che il sindacato non arrivasse nei loro magazzini.

I grandi giganti della rete e del digitale in sostanza, che hanno rapporti di lavoro globali, con ramificazioni in tutti i campi dal cibo alla distribuzione non hanno la minima intenzione di negoziare, almeno in Usa, per il futuro, qualche giorno di ferie in più e maggiori coperture sanitarie o assistenziali se non vengono prima monetizzate e scambiate con un brutale aumento delle prestazioni.

E l’assistenza sanitaria, negli Stati Uniti, del 2022 con un’amministrazione democratica, non è ancora considerata un diritto come in Italia o in Europa, ma un costoso privilegio che diventa spesso (soprattutto se si hanno figli) la vera differenza fra il posto di lavoro in un’azienda o in un’altra anche se i salari lordi rispetto alle mansioni si possono equivalere.

I “giovani Landini” della Apple in Maryland o di Amazon a New York che Biden ha ricevuto anche alla casa Bianca, sebbene siano entrati in fabbrica, hanno davanti una strada in salita. Per questo cercano di attuare al più presto possibile la "politica del contagio". Capiscono che si devono muovere in fretta prima che i grandi colossi applichino indirettamente misure restrittive alla faccia del “presidente-sindacalista“ Biden che invece incoraggia e apprezza le Union di tutti i tipi.

C’è chi sussurra che, se non arriva un incontrollabile tsunami a breve, con la disoccupazione statunitense ai minimi storici, e una probabile recessione alle porte molti super manager potrebbero decidere di debellare il contagio chiudendo gli impianti sindacalizzati per trasferire le loro attività in realtà più vergini dove prevale solo la volontà aziendale. Ad Amazon, ad esempio, nella stessa Staten Island dove Bezos ha due enormi impianti, dopo il successo nel primo stabilimento, i sindacati sono stati sconfitti nel secondo.

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