di Chiara Di Clemente Stavolta la risposta non è nel vento, è nell’assegno. Trecento milioni di dollari. Bob Dylan, 79 anni, ha venduto a Universal Music con un contratto record i diritti del suo catalogo: dai primi brani dell’inizio degli anni Sessanta all’ultimo album Rough and Rowdy Ways composto durante la pandemia, da Blowin’ in the Wind del 1962 a I Contain Moltitudes del 2020, oltre 600 canzoni, insomma un patrimonio gigantesco di cultura pop non a caso definito dal New York Times (che ha dato per primo ieri la notizia) "uno dei gioielli per eccellenza del mondo della musica", pari per influenza e valore al catalogo dei Beatles. La risposta è in banca. Ma è la domanda quella che in queste ore sta assillando i fan del vecchio Bob, dapprima "riluttante" poi felicissimo premio Nobel per la...

di Chiara Di Clemente

Stavolta la risposta non è nel vento, è nell’assegno. Trecento milioni di dollari. Bob Dylan, 79 anni, ha venduto a Universal Music con un contratto record i diritti del suo catalogo: dai primi brani dell’inizio degli anni Sessanta all’ultimo album Rough and Rowdy Ways composto durante la pandemia, da Blowin’ in the Wind del 1962 a I Contain Moltitudes del 2020, oltre 600 canzoni, insomma un patrimonio gigantesco di cultura pop non a caso definito dal New York Times (che ha dato per primo ieri la notizia) "uno dei gioielli per eccellenza del mondo della musica", pari per influenza e valore al catalogo dei Beatles.

La risposta è in banca. Ma è la domanda quella che in queste ore sta assillando i fan del vecchio Bob, dapprima "riluttante" poi felicissimo premio Nobel per la Letteratura nel 2016, con la motivazione che recitava, tra le altre cose: "ha creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione canora americana". La domanda è: perché? Perché Dylan ha ceduto i suoi diritti? E perché l’ha fatto proprio ora?

Di certo, Bob – 125 milioni di album venduti in tutto il mondo – non è uno che abbia bisogno di monetizzare immediatamente. Dunque il primo pensiero va all’età. Il 24 maggio 2021 compirà 80 anni, fine del Covid permettendo non sarà forse semplicissimo per lui riprendere là dov’era stato interrotto il suo Neverending Tour, quindi chissà, Dylan non prevede grandi incassi prossimamente. Ha dunque forse inteso mettere a frutto il più possibile il suo patrimonio adesso, per figli e nipoti, questa almeno una delle ipotesi tra quelle espresse ieri dagli appassionati che si interrogavano in un fiume di dubbi sul sito dylaniano più autorevole (www.expectingrain.com). Messo a frutto ora: quando gli ricapiterà di aggiungere al patrimonio in un colpo solo 300 milioni di dollari?

Per Universal Music Group è "la più grande acquisizione dei diritti di autore di un singolo artista". Per Dylan è un passo che per certi versi lascia di stucco: è stato lui a ‘inventare’, non solo da un punto di vista artistico ma anche manageriale, la figura del cantautore. Prima di Dylan, l’autore sriveva canzoni che sarebbero diventate proprietà della casa editrice, e all’autore sarebbe spettata solo una quota di eventuali royalties; allo stesso modo, il cantante firmava un accordo con un’etichetta discografica che concedeva a essa di possedere i diritti della registrazione per una quota di future royalites.

Dal ’64 Bob è invece proprietario della sua casa editrice: da allora possiede la parte dell’editoria e la parte dei diritti d’autore; Sony (finora la sua casa discografica) possiede i diritti delle registrazioni di Bob e Bob ottiene un’altra fetta come interprete delle registrazioni. Riassumendo Bob dal ’64 è autore, editore, interprete per un’etichetta, la Sony. Da ieri, invece, Bob ha venduto i suoi diritti di editore e autore di canzoni alla Universal. Non è detto che a Universal siano stati venduti anche i diritti di Bob come interprete e come proprietario dei master. Si sa però che il nuovo ‘misterioso’ accordo (chissà la massa di clausole e cavilli: altro che l’epos di A Hard Rain’s A-Gonna Fall) copre il passato, e non eventuali nuove canzoni.

Cosa ci guadagna, dunque, la Universal? Ci guadagna l’intero mito di Dylan proiettato nel futuro. Ci guadagna lo streaming, innanzi tutto, un mercato solo negli Usa da 3,7 miliardi di dollari nel 2019. Il contratto copre tutte le royalties che ne derivano ogni volta che un brano di Dylan viene venduto, trasmesso in streaming o alla radio, usato in un film o in pubblicità. Né d’altronde Bob, in fatto di spot (Budweiser al SuperBowl, Victoria’s Secret, Cadillac) si è mai mostrato schizzinoso come i Beatles.

Per Dylan la canzone è sempre stata una galassia, in viaggio nello spazio e nel tempo, sua e di tutti e di nessuno: nessun preconcetto, nessuna ideologia può fermarla. C’è da augurarsi che l’assegno di Universal sia davvero solo un affare milionario per lui e la sua famiglia. Non la firma sotto un (pur lussuosissimo) biglietto di addio.