di Lorenzo Bianchi Infagottate in una tuta arancione che lasciava scoperto solo il viso. Così una foto ha immortalato due donne impegnate in una partita di cricket, una disciplina sportiva molto popolare dopo che nel 2015 la nazionale maschile dell’Afghanistan si era qualificata per la Coppa del mondo. L’istantanea ora è un’immagine da museo. Nell’“emirato islamico dell’Afghanistan” lo sport sarà vietato a tutte le donne. In un’intervista alla tv australiana Sbs News, Ahmadullah Wasiq, vicecapo della commissione cultura del nuovo governo di transizione, è categorico: "Non penso che alle donne sarà...

di Lorenzo Bianchi

Infagottate in una tuta arancione che lasciava scoperto solo il viso. Così una foto ha immortalato due donne impegnate in una partita di cricket, una disciplina sportiva molto popolare dopo che nel 2015 la nazionale maschile dell’Afghanistan si era qualificata per la Coppa del mondo. L’istantanea ora è un’immagine da museo. Nell’“emirato islamico dell’Afghanistan” lo sport sarà vietato a tutte le donne.

In un’intervista alla tv australiana Sbs News, Ahmadullah Wasiq, vicecapo della commissione cultura del nuovo governo di transizione, è categorico: "Non penso che alle donne sarà permesso di giocare a cricket, perché non è necessario che lo facciano". Durante il gioco, ha spiegato, potrebbero trovarsi in una posizione nella quale "le loro facce e i loro corpi non siano coperti. Nell’era delle foto e dei video la gente li guarderà". Ma "l’Islam e l’Emirato dell’Afghanistan non permettono alle donne di giocare a cricket o di praticare sport in cui vengono esposte".

Alle afghane sarà consentito di uscire di casa solo per soddisfare "bisogni" essenziali "come fare la spesa". La passione per il cricket è aumentata durante il primo dominio dei talebani, dal 1996 al 2001. Molti afghani ripararono in Pakistan, dove era molto popolare. Dopo il 2001 diversi profughi sono tornati nel loro Paese. Nel 2012 la nazionale femminile di cricket ha vinto a Dushanbe, la capitale del Tagikistan, un torneo a sei squadre. Ma le donne non si arrendono. "Lo sport è libertà: noi donne non smetteremo mai di lottare, anzi insieme brilleremo sempre di più", è il messaggio di Khalida Popal, ex capitano della nazionale femminile di calcio dell’Afghanistan, rifugiata in Danimarca e promotrice di una campagna per far uscire da Kabul le sue ex compagne. Proprio nella capitale, per il terzo giorno consecutivo le donne si sono radunate in un’area abitata in prevalenza dalla minoranza sciita hazara, un gruppo etnico che non è rappresentato nel nuovo governo di transizione. Nel gabinetto non è entrata neppure una rappresentante del gentil sesso. Le manifestanti hanno innalzato cartelli sui quali avevano scritto "un governo senza donne fallisce" e hanno chiesto "lavoro, istruzione e libertà". Sono state disperse "a colpi di frusta".

Una di loro l’ha raccontato alla Cnn: "Ci hanno intimato di andare a casa e di accettare l’emirato". Martedì a Herat due persone che partecipavano a un corteo sono state uccise. E non è finita: numerosi sono stati i cronisti locali e stranieri che hanno denunciato di essere stati trattenuti per ore dalla sicurezza talebana per impedire la copertura mediatica delle proteste.

Durante un meeting virtuale con i ministri degli Esteri di Cina, Iran, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan Mahmood Qureshi, ministro degli Esteri del Pakistan, ha chiesto alla comunità internazionale di "evitare una crisi umanitaria e di garantire la stabilità economica" dell’Afghanistan. I servizi segreti del suo Paese si sono schierati infatti al fianco di Hibatullah Akhundzada, "l’emiro invisibile" che guida i talebani dal 2016.