Roberto

Pazzi

I nostri giovani sanno tutto dell’attualità, soffocano di attualità, ma non sanno scortecciarla, non sanno respirare il tempo nella sua completezza, lo limitano alla fragile pellicolarità dell’istante che strilla la sua inderogabile necessità, qui, tutto subito, ora. Perché per capire il presente e gustarlo davvero nella sua ricchezza, bisogna invece liberarlo dalla prigione dell’attualità, come una caramella va scartata dalla cartina, onde assorbire i sapori della memoria e del passato da cui è fiorito. Un seme prima di giungere a innalzare la vistosa corolla del fiore, deve passare per i vari stati e le diverse stagioni della sua crescita. La Storia non si vede come non si vede crescere l’erba, eppure cresce anche se non ne abbiamo percezione.

La tendenza perversa di chi assolutizza il presente e ha in uggia lo studio della Storia, quasi fosse una perdita di tempo dedicarsi al suo studio, è invece lasciarsi prendere dalla vistosità di ciò che appare ai sensi immediati, senza domandarsi da dove venga, di quale processo sia figlia. "Che ne sarà di quello che si vede se qualcuno crederà solo a quello che si vede?". Sono dei versi che scrissi molti anni fa per aiutare a capire chi continua a professare la sua dichiarazione di incredulità nell’onnipotenza del visibile. Convinto come ero e come sono, oggi sempre di più, davanti a tanti inviti a disertare la conoscenza delle nostre radici, che un popolo senza memoria non abbia davvero un futuro.