di Elena G. Polidori Difficile costruire una federazione a sinistra, un nuovo Ulivo o più semplicemente un asse strategico per contrastare l’ascesa della destra di Giorgia Meloni (meno, ormai, di Matteo Salvini) con un alleato che non c’è. Più. O meglio, che si è nebulizzato nelle urne amministrative, perdendo un numero di voti enorme in quasi tutte le città chiamate al voto. Eppure, il giorno dopo quella tornata elettorale che ha sancito la fine del M5s, non solo quello delle origini, ma anche quello del "primo tempo" di Giuseppe Conte leader, nel Pd di Enrico Letta – il quale in serata afferma che l’ex premier e Calenda possano stare insieme nell’alleanza con i dem – nessuno si è fermato un minuto a riflettere se sia davvero il caso di proseguire nella costruzione di un nuovo soggetto unitario o di azzerare...

di Elena G. Polidori

Difficile costruire una federazione a sinistra, un nuovo Ulivo o più semplicemente un asse strategico per contrastare l’ascesa della destra di Giorgia Meloni (meno, ormai, di Matteo Salvini) con un alleato che non c’è. Più.

O meglio, che si è nebulizzato nelle urne amministrative, perdendo un numero di voti enorme in quasi tutte le città chiamate al voto. Eppure, il giorno dopo quella tornata elettorale che ha sancito la fine del M5s, non solo quello delle origini, ma anche quello del "primo tempo" di Giuseppe Conte leader, nel Pd di Enrico Letta – il quale in serata afferma che l’ex premier e Calenda possano stare insieme nell’alleanza con i dem – nessuno si è fermato un minuto a riflettere se sia davvero il caso di proseguire nella costruzione di un nuovo soggetto unitario o di azzerare tutto in attesa che la ruota della politica riparta in vista delle elezioni del 2023.

Ieri, è stato per primo Carlo Calenda a gettare il sasso nello stagno: "Credo che, al netto di Roma, sia arrivato il momento per il Pd di fare una scelta riformista e abbandonare i 5 Stelle al loro destino". Una riflessione suffragata da qualche numero percentuale uscito dalle urne: in media, i 5 Stelle hanno perso dai 10 ai 30 punti, con il clamoroso dato di Roma dove – sullo stesso fronte delle comunali – sono passati dal 35% all’11%. Eppure, la ricetta del segretario dem Enrico Letta non sembra andare in questa direzione, anzi: il risultato delle amministrative, a suo avviso, è "la prova che si vince se allarghiamo: Pd e M5s non sono la stessa cosa, ma Conte sta portando il Movimento su una strada molto diversa rispetto al passato". Ergo, il progetto federativo può stare in piedi, anche se il M5s perde.

Stessa musica da un Giuseppe Conte visibilmente imbarazzato per il risultato elettorale generale, ma pronto a puntare tutto sul "laboratorio Napoli" dove l’alleanza Pd-M5s ha avuto il merito di affossare Catello Maresca e consentire la vittoria di Gaetano Manfredi al primo turno. Al punto di far affermare all’ex premier: "È finita la stagione storica in cui si andava orgogliosamente da soli a tutti i costi, come in passato. Il M5s si predispone anche a costruire con altre parti, in coalizione, a condividere obiettivi".

Poi, però, nessun endorsement chiaro verso Roberto Gualtieri che, a Roma, dei voti ex della Raggi avrebbe invece un gran bisogno, anche perché, nel neo Movimento, malumori e arrabbiature non cessano e la sconfitta resta cocente anche in vista di un ragionamento sul prossimo futuro. Se c’è, infatti, chi difende il "modello Napoli", sono diverse invece le voci che criticano l’approccio. Il ragionamento è il seguente: manca, sulla carta, solo un anno e mezzo alle politiche e, in mezzo, ci sono appuntamenti importanti, non ultimo l’elezione del presidente della Repubblica. E che farà il M5s? E, ancora: "C’è da ricostruire un’identità", perché "il Pd ci sta fagocitando – ecco le “voci da dentro“ –. Anche a Napoli il candidato non era il nostro e noi abbiamo ottenuto solo il 10%".

Così, se nei Palazzi della politica M5s resta ancora il partito del 33%, la prospettiva che si teme è di diventare una forza dell’8%, che porterà in Parlamento, complice anche il taglio del numero dei parlamentari, un piccolo, quasi insignificante, gruppo di eletti. Su Fb, l’ex deputato M5s Alessandro Di Battista ha scritto: "Quel che è avvenuto lo immaginai un anno e mezzo fa quando sostenni che un’alleanza strutturale con il Pd fosse nefasta. Non mi hanno ascoltato. Oggi l’alleanza con il Pd non è più una scelta. È una necessità per qualcuno e per la sua poltrona. Almeno fino a quando, dalla parte del Pd, non si renderanno conto che a Napoli e Bologna il centrosinistra avrebbe vinto anche senza M5s". Ma i ‘big’ del Movimento sono di tutt’altro avviso. E come Letta vedono nella costruzione "federale" il modo giusto per battere le destre. Anche con Calenda dentro. Molto chiare le parole di Letta alla domanda se Conte e Calenda possano essere entrambi insieme alleati nel Pd: "Per me sì, sarà quello che proporrò a tutti e due. Ma ovviamente non lo proporrò domattina, domattina parlerò agli elettori".