Roberto

Pazzi

L’Italia l’11 luglio ha vinto gli europei di calcio, umiliando la perfida Albione. Subito dopo le Olimpiadi ci coronavano di medaglie d’oro. E il mondo ha cominciato a guardarci in modo diverso. L’ho vissuto di recente in Francia, accompagnando un amico a correre l’ultramaratona di cento miglia, nell’Ardeche, notando che i cugini d’Oltralpe ci guardavano con inedita ammirazione. Ma da quel momento qualcosa di strano è accaduto. Nel susseguirsi di giornate di calcio e partite, e non solo in quell’ambito, nella corsa del Tempo qualcosa ha iniziato a smorzare la proiezione in avanti, l’elan vital verso il sogno, che è sempre là dove noi non siamo ancora, nutrito dell’attesa che si compia.

Abbiamo cominciato a perdere quello slancio all’infinito, a sentire fiaccarsi il desiderio, a smorzarsi la forza. È una santa fra le più indomite a ricordarci che siamo fatti così, creature che corrono più forte verso una meta finché è impossibile, quando ancora, ci ricorda Pascoli, "il sogno è l’infinita ombra del vero", lontano dalla presa. Santa Teresa diceva infatti che "si piangono più lacrime per le preghiere esaudite che per quelle non accolte". La verità è che nel possesso della vittoria si annida il baco della caduta del desiderio. Che la fine del sogno, come quella del piacere amoroso, si consuma col suo compimento. Non è questa una verità dei poeti, ma degli uomini, quale che sia l’ambito del contendere.