di Achille Perego Avevano alzato la voce a dicembre per evitare – senza successo – i pesanti contraccolpi sullo shopping natalizio. Sono tornati a farlo ieri contro quello che Enrico Postacchini, delegato di Confcommercio per il Commercio e le città, definisce "accanimento terapeutico". Ovvero, dopo 140 giorni di chiusure dal primo lockdown di marzo del 2020, l’assenza nella pubblicazione in Gazzetta del decreto "Riaperture", della riapertura durante i weekend dei centri commerciali, annullando così la data prevista del 15 maggio nelle zone "gialle". Com’era successo a dicembre, le principali associazioni del commercio (ANCC-Coop, ANCD-Conad, Confcommercio, Confesercenti, Confimprese, CNCC e Federdistribuzione), per la seconda volta storicamente...

di Achille Perego

Avevano alzato la voce a dicembre per evitare – senza successo – i pesanti contraccolpi sullo shopping natalizio. Sono tornati a farlo ieri contro quello che Enrico Postacchini, delegato di Confcommercio per il Commercio e le città, definisce "accanimento terapeutico". Ovvero, dopo 140 giorni di chiusure dal primo lockdown di marzo del 2020, l’assenza nella pubblicazione in Gazzetta del decreto "Riaperture", della riapertura durante i weekend dei centri commerciali, annullando così la data prevista del 15 maggio nelle zone "gialle". Com’era successo a dicembre, le principali associazioni del commercio (ANCC-Coop, ANCD-Conad, Confcommercio, Confesercenti, Confimprese, CNCC e Federdistribuzione), per la seconda volta storicamente unite pur rappresentando dal piccolo negozio alla grande catena, hanno condannato questa scelta, appresa "con stupore" e chiesto un incontro urgente al premier Mario Draghi per conoscerne le motivazioni.

Quelle che, confessa Roberto Zoia, presidente del Consiglio nazionale dei centri commerciali, "non abbiamo mai compreso". Le sette sigle del commercio chiedono risposte chiare perché a ora la riapertura è senza data e "risulta del tutto incomprensibile come gli stessi protocolli di sicurezza che consentono ai centri commerciali di restare aperti da lunedì a venerdì non risultino adeguati nel fine settimana". Quando, aggiunge Zoia, si vedono le immagini degli assembramenti nelle vie dei centri storici. Quest’ultimo colpo rischia di essere fatale per un settore (centri, parchi e gallerie) già in ginocchio. Gli oltre 1.200 centri commerciali italiani, che con i loro 36mila negozi (di cui 7mila a gestione unifamiliare) registrano 2 miliardi di presenze annue, generano ricavi per 70 miliardi l’anno. E dei 40 relativi al non food, oggetto delle chiusure, avverte Zoia, un 40% si è bruciato nel 2020 e un altro 40% nel primo trimestre di quest’anno. Quindi una ventina di miliardi in fumo che mettono in forse la tenuta di aziende e occupazione con 100mila posti di lavoro su quasi 600mila a rischio finito il blocco dei licenziamenti. Per Andrea Scozzoli, presidente della Aires, che rappresenta i retailer di elettrodomestici con 10 miliardi di ricavi, "il dietrofront sulla riapertura nei weekend è un nuovo schiaffo del governo ai centri commerciali. Siamo sgomenti, increduli". Così, forti anche del sostegno arrivato dai consumatori (Unc parla di "scelta scellerata") e dal mondo politico (dalla Meloni a Salvini all’esponente Pd Alessia Morani) i centri commerciali chiedono a gran voce la revisione del testo del decreto.

Anche perché, ricorda Marco Predoni, presidente di Ancc-Coop "i centri commerciali sono luoghi sicuri dove sono state attivate tutte le misure precauzionali richieste". "Non possiamo accettare – aggiunge Alberto Frausin, presidente di Federdistribuzione – che le aziende del commercio non abbiano una prospettiva certa sulla data di riapertura dei punti vendita, a differenza di tutti gli altri settori. I protocolli previsti consentono di gestire in sicurezza l’apertura anche durante i weekend, garantendo la gestione degli accessi, dei flussi e della sicurezza dei clienti". Stupore, di fronte alla riapertura di cinema, teatri, fiere al chiuso e non dei centri commerciali chiusi da quasi sei mesi, arriva anche dal presidente di Confimprese, Mario Resca. "I dati del nostro Osservatorio Confimprese-EY – avverte – sono allarmanti: l’indicatore dei consumi sul totale mercato degli ultimi 12 mesi sui 12 mesi 2020 indica una flessione del 41,9%, con la ristorazione a -52,2%, abbigliamento e accessori a -42,3%, il non food a -22,8%. Il primo trimestre 2021 è fermo a -38,3% rispetto allo stesso periodo del 2020. Andando avanti di questo passo un terzo dei negozi non riaprirà più le serrande per sempre".