Federica Brignone (Ansa)
Federica Brignone (Ansa)
Poco più di un anno fa, all’alba della pandemia, Federica Brignone conquistava la Coppa del Mondo di sci alpino. La meritava, ma la storica vittoria fu accompagnata dalla cancellazione delle ultime gare, a causa del virus. A distanza di dodici mesi, Federica rimane una eccellenza italiana. Ma ieri in Svizzera, a conclusione della stagione agonistica invernale, ha confessato un disagio che appartiene ad ognuno di noi. "Spero di non fare un’altra stagione con questo modus perché non la affronterei. Sono stanchissima, stufissima e non sono nemmeno motivata. Oggi non me ne fregava niente e come ho lottato nella seconda manche è stato positivo e soddisfacente. Detto questo, sono zero motivata, avrò bisogno di staccare un po’ e...

Poco più di un anno fa, all’alba della pandemia, Federica Brignone conquistava la Coppa del Mondo di sci alpino. La meritava, ma la storica vittoria fu accompagnata dalla cancellazione delle ultime gare, a causa del virus. A distanza di dodici mesi, Federica rimane una eccellenza italiana. Ma ieri in Svizzera, a conclusione della stagione agonistica invernale, ha confessato un disagio che appartiene ad ognuno di noi. "Spero di non fare un’altra stagione con questo modus perché non la affronterei. Sono stanchissima, stufissima e non sono nemmeno motivata. Oggi non me ne fregava niente e come ho lottato nella seconda manche è stato positivo e soddisfacente. Detto questo, sono zero motivata, avrò bisogno di staccare un po’ e spero di farmi tornare le motivazioni per allenarmi. Spero ci sia un cambiamento nella mia testa ma anche in generale come situazione, altrimenti non so se mi rivedrete il prossimo anno – ha sottolineato l’azzurra –. Le Olimpiadi? Il mio sogno è sempre stato vincere la Coppa del Mondo, le medaglie ai Mondiali e i Giochi non mi hanno attirato più della Coppa: le regalerei per un’altra coppetta".

Al di là del caso personale, siamo, più o meno, tutti messi così. Ci siamo lentamente ma inesorabilmente assuefatti al vuoto. Alla riduzione della socialità, termine brutto ma che rende l’idea. Siamo stati costretti ad adattarci alla perdita della coralità, intesa come partecipazione collettiva alle piccole e alle grandi cose della quotidianità. Quei cinema chiusi, i musei dimenticati, le conferenze solo on line, i trecento chilometri della Milano-Sanremo senza tifosi ai bordi della strada e ancora quegli stadi vuoti, le voci mai sentite di allenatori e calciatori che oggi rimbombano come urla nel silenzio, che era poi il titolo di un film memorabile sul genocidio in Cambogia e meno male che qui non parliamo di una strage di corpi. Ma di una strage di anime, eh, purtroppo sì.

La verità, tristissima, è che siamo diventati tutti clandestini di noi stessi. Prigionieri avviliti da una pseudo carcerazione in stile "fine pena mai". Ergastolani del sentimento smarrito.

È normale che gli eroi dello spettacolo, dallo sport ai teatri, siano emotivamente i più colpiti, a lungo andare, dalla solitudine forzata. Perché il loro mestiere esige e pretende il contesto, il confronto, l’acclamazione, se va male pure il fischio.

Badate: non è una questione di soldi. I campioni e gli artisti non hanno smesso di guadagnare, per le loro prestazioni. Amadeus è stato giustamente pagato per l’ultimo Festival di Sanremo, ma aveva ragione Fiorello quando diceva: come fai a tentare di far ridere la gente se davanti, in platea, non hai nessuno? E si vede, cioè, si è visto.

Già. Vale nel privato, uguale. Come puoi comprendere lo stato d’animo di un figlio se lo vedi soltanto tramite computer? Che tipo di relazione umana saremo mai in grado di salvaguardare tramite Whatsapp e le video chat? Di sicuro, senza la modernità della tecnologia digitale avremmo conosciuto un deserto esistenziale ben più arido, ci mancherebbe. Ma chi ci restituirà un sorriso dal vivo, un contatto tra le mani, un bacio sfiorato?

Lo so, lo so. Risposte non ce ne sono, a meno di non scivolare nel bieco negazionismo o nel tartufesco ondeggiare dei politicanti d’accatto. Ma a chi si sforza di alzare lo sguardo è ben chiara la miseria autentica, per la quale non esiste ristoro. Nessuno ci indennizzerà per le emozioni perdute, per gli abbracci dimenticati, per le risate in compagnia davanti ad un film o ad una rappresentazione teatrale.

Finirà, perché deve finire. Ma Federica Brignone ha detto, tra le righe, quello che tutti pensiamo. Un anno dopo.

Non è andato tutto bene. Per niente.