Giuseppe Turani Ho incontrato Luciano Benetton per la prima e l’ultima volta a Ponzano Veneto venti o trent’anni fa nella sede di villa Minelli, un gruppo di edifici del XVI secolo il cui restauro è durato quindici anni. Un signore molto gentile e disponibile. Poiché ero arrivato in ritardo, volle subito portarmi a colazione, naturalmente al Toulà, famoso ristorante che aveva cominciato proprio lì per aprire anche a Milano e Cortina. Mi colpì il fatto che era stato eletto deputato (con il Pri), ma che aveva intenzione di dimettersi e di non ripresentarsi mai più (promessa che ha mantenuto, l’unico, credo, insieme a Piero Bassetti): si perde troppo tempo, ho delle cose da fare in azienda, gran parte della mia vita la passo all’estero, a vedere che cosa fanno gli altri, a vedere se ci sono novità interessanti. A quell’epoca,...

Giuseppe

Turani

Ho incontrato Luciano Benetton per la prima e l’ultima volta a Ponzano Veneto venti o trent’anni fa nella sede di villa Minelli, un gruppo di edifici del XVI secolo il cui restauro è durato quindici anni. Un signore molto gentile e disponibile. Poiché ero arrivato in ritardo, volle subito portarmi a colazione, naturalmente al Toulà, famoso ristorante che aveva cominciato proprio lì per aprire anche a Milano e Cortina.

Mi colpì il fatto che era stato eletto deputato (con il Pri), ma che aveva intenzione di dimettersi e di non ripresentarsi mai più (promessa che ha mantenuto, l’unico, credo, insieme a Piero Bassetti): si perde troppo tempo, ho delle cose da fare in azienda, gran parte della mia vita la passo all’estero, a vedere che cosa fanno gli altri, a vedere se ci sono novità interessanti.

A quell’epoca, l’epoca degli inizi della loro fortuna, i Benetton non vivevano di autostrade, ma di maglioni. Anzi, nel settore avevano fatto una importante rivoluzione: avevano rotto il vecchio schema dei cinque colori tradizionali (i loro prodotti erano coloratissimi, in tutte le tinte) ed erano alla portata di tutti. Ai maglioni avevano poi aggiunto le sciarpe. Il tutto sempre a prezzi molto bassi. L’idea di colorare i maglioni, dopo la loro fabbricazione e non prima, era venuta alla sorella Giuliana, che di fatto ha inventato quello che poi sarà chiamato il "fast fashion".

Luciano, dopo qualche finta resistenza, non resistette a mostrarmi quello che considerava il loro capolavoro: il magazzino dei prodotti finiti. Si tratta di un hangar immenso, pieno solo di scaffali e di scatole. In effetti una cosa strepitosa. Non vedi nessuno al lavoro. Luciano dà un ordine, attraverso una scheda, e vedi un robottino che si infila in mezzo agli scaffali e ne emerge con una scatola, sulla quale è già stampato l’indirizzo del destinatario e la fattura. Tutto automatizzato. Dietro tutto questo, prosegue Luciano, c’è un sistema informatico forse oggi unico al mondo. Per fartela breve: noi, qui a Ponzano Veneto, siamo in grado, praticamente in tempo reale, di sapere quali colori di maglioni e sciarpe vanno di moda questa mattina nel campus di Berkeley o in quello di Cambridge. E su questi segnali regoliamo la produzione. Non si è mai saputo chi ha costruito quel sistema informatico e nemmeno chi ha avuto l’idea. In fondo facevano maglioni, non errano mica la Nasa.

In realtà, in quegli anni i Benetton anticipano tutti: H&M, Zara, e fanno una rivoluzione. Rivoluzione che poi diventerà famosa con altri protagonisti, non italiani. Non ho mai capito perché. Probabilmente perché in quegli anni guadagnano tantissimi soldi e gli viene il gusto di fare altro, finanza soprattutto. Sono gli unici, ad esempio, che accompagnano Marco Tronchetti Provera nella sfortunata avventura Telecom. Ma diventano i protagonisti mondiali degli Autogrill. Gilberto, fratello di Luciano, riceve la Legion d’onore da Sarkozy. E entrano anche in Autostrade, che lo Stato aveva messo in appalto (probabilmente perché consapevole di non saperle gestire). I Benetton vincono partecipando a una gara.

Ma incappano spesso nelle grane. A esempio, comprano in Patagonia 900 mila ettari di terra, per allevarvi pecore e fare lana e maglioni (vi producono un milione e mezzo di chili all’anno). Solo che i nativi, i Mapuche, si ribellano spesso, sostenendo che i Benetton hanno occupato le terre dei loro avi. Questi ultimi hanno anche donato ai Mapuche una vasta area, ritagliata dai terreni che avevano comprato. Ma le proteste non sono cessate. Si va avanti dal 1991.

In quegli anni comprano quasi tutto quello che l’Iri mette in vendita. Al punto che Prodi sbotta: "Ma comprino l’Iri e non ne parliamo più". Con il senno di poi (ponte Morandi) avrebbero fatto bene a limitarsi ai maglioni e ai panini serviti negli Autogrill. Sarebbero straricchi lo stesso. Ma nessuno poteva prevedere l’immane disastro del ponte Morandi e la deriva polpottiana e talebana della società italiana.

In realtà, a parte il ponte, ai Benetton va fatto un appunto: è un peccato che non siano loro, oggi, gli Zara e gli H&M. Avevano capito tutto e erano partiti per primi. Poi si sono persi per strada, attirati dai fuochi della finanza.