Leo

Turrini

Mettiamola così: forse nessuno più di Francesco Totti ha il diritto di sostenere che un tempo nel calcio la passione prevaleva sugli affari, l’amore per la maglia sul business. Era vero, è stato vero, così come è autentico il rimpianto per una epoca che non tornerà.

Non è necessario essere schiavi della nostalgia per idolatrare un’era in cui Totti diceva no al Real Madrid per restare alla Roma mentre Del Piero rimaneva fedele alla Juventus nonostante lussuose offerte straniere. E prima ancora allo stesso modo si erano comportati i milanisti Paolo Maldini e Franco Baresi.

Quanto meno, allora era possibile conciliare gli affetti con il conto in banca.

Nel presente, un punto di equilibrio non c’è più. La stessa vicenda di Gigio Donnarumma, sfociata nei fischi ingenerosi di San Siro, è lo specchio di un mondo che non ci piace, che siamo costretti a subire.

Il denaro non dorme mai, il potere dei procuratori nemmeno. E noi lì, nel mezzo, attaccati a bandiere che non ci sono più.

Indietro non si torna, certo. Ma fateci caso e magari fatelo sommessamente notare agli amici: l’ultimo mondiale del pallone, l’Italia lo ha vinto nel 2006. Quando il Pupone rinunciava al Real e Del Piero (a mondiale vinto) continuò a vestire di bianconero persino in serie B. E se non fosse solo un caso?