Parte dalle parole delle vittime la caccia al ‘branco’ che domenica, in pieno centro a Ferrara, si è reso protagonista di un raid omofobo ai danni di un gruppo di ragazzini tra i 12 e i 15 anni della comunità Lgbti. Insulti, richiami al fascismo ("Mussolini vi brucerebbe") e lancio di petardi hanno fatto da cornice all’incubo in cui la comitiva di adolescenti è piombata in un pomeriggio di festa. A 48 ore dai fatti, ieri i primi ragazzi sono stati ascoltati dalla polizia. Oggi toccherà ad altri, mentre gli agenti guardano e riguardano il video dell’aggressione ripreso da un...

Parte dalle parole delle vittime la caccia al ‘branco’ che domenica, in pieno centro a Ferrara, si è reso protagonista di un raid omofobo ai danni di un gruppo di ragazzini tra i 12 e i 15 anni della comunità Lgbti. Insulti, richiami al fascismo ("Mussolini vi brucerebbe") e lancio di petardi hanno fatto da cornice all’incubo in cui la comitiva di adolescenti è piombata in un pomeriggio di festa.

A 48 ore dai fatti, ieri i primi ragazzi sono stati ascoltati dalla polizia. Oggi toccherà ad altri, mentre gli agenti guardano e riguardano il video dell’aggressione ripreso da un telefonino, in cerca di elementi che possano portarli sulle tracce dei responsabili di un atto definito unanimemente "vile e meschino". E non è escluso che in queste ore possano spuntare nuovi video o immagini che abbiano ripreso la scena, magari da altre angolature, fornendo così elementi in più agli inquirenti. Nel frattempo, ci si interroga sulle conseguenze penali per i responsabili di questo atto e, soprattutto, su cosa avrebbero rischiato se il Ddl Zan, il disegno di legge contro l’omobitransfobia, avesse proseguito il suo percorso al Senato.

Secondo l’analisi di alcuni legali, nel caso in questione il minimo della pena con il Ddl Zan sarebbe stato "maggiore rispetto al massimo previsto dalla situazione attuale". In più, con l’applicazione di quanto previsto dal disegno di legge, un eventuale risarcimento danni non costituirebbe un’attenuante tale da concorrere con l’aggravante, annullandola. Cosa che invece potrebbe accadere nella situazione attuale, qualora l’episodio venisse qualificato come una minaccia aggravata dai futili motivi.

Gli attimi di terrore vissuti dai ragazzini, hanno avuto una testimone oculare. Sara stava portando il cane a passeggio. Ma, attirata dalle urla, ha capito che qualcosa non andava. "Ho sentito schiamazzi d’odio e uno scoppio improvviso – racconta la donna – . Inizialmente mi sono fermata a pochi passi da dove stava accadendo il fatto, per capire la situazione. Quando ho inteso che la china avrebbe potuto diventare pericolosa, ho deciso di agire". Sola, senza l’aiuto dei passanti che hanno preferito voltare le spalle. "Ho iniziato a gridare – dice ancora la testimone – cercando di distrarre gli aggressori. Gridando con tono deciso e assertivo sono riuscita nell’intento di distogliere l’attenzione del gruppo di ragazzini aggrediti che, nel mentre, sono riusciti a dileguarsi". Tuttavia, oltre all’amarezza per l’episodio di violenza omofoba, rimane un grande rammarico. "Mi è dispiaciuto molto – chiude Sara – che, a fronte di ripetute richieste d’aiuto, nessuno sia intervenuto assieme a me per tentare di ostacolare un’aggressione, seppur verbale, in piena regola. Ho sofferto per l’indifferenza". Oltre che per il "disprezzo, dimostrato dall’azione del bullo che, ripetutamente, ha scagliato contro una ragazzina un piccione morto in segno di spregio".

Federico Malavasi

Federico Di Bisceglie