Toronto
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Milano, 26 giugno 2019 - Google ha presentato il suo piano per trasformare parte di Toronto in una città del futuro. Sidewalk, la divisione di Mountain View che si occupa dello sviluppo urbano intelligente, propone investimenti per 980 milioni di dollari per trasformare l’area di Toronto che si affaccia sul lago Ontario in una smart city a tutti gli effetti, grazie a semafori intelligenti e sensori, marciapiedi dinamici, piste ciclabili e pavimenti esterni riscaldati contro le rigide temperature invernali. La prima fase di lavori potrebbe già iniziare nel 2022, ma dipenderà dalle approvazioni necessarie da parte delle autorità locali e del governo canadese. Uno dei nodi da sciogliere è quello del trattamento dei dati personali anche se Google ha ribadito che non li venderà, non li userà per la pubblicità e non li offrirà a terzi senza esplicito consenso del governo. Google aveva scelto Toronto per diventare la sua città digitale nel 2017, anno in cui ha ricevuto anche il via libera delle autorità al progetto.

«La città come strumento di dialogo. Un luogo di incontro e confronto. Vivo, vivace, vissuto». Alfonso Femia è l’architetto che ha realizzato il nuovo Palazzo del Cinema di Venezia, i Docks di Marsiglia e l’Academy Motorsport Dallara. E nella sua progettazione ha una concezione nitida delle città del futuro. Lo raggiungiamo nel suo ‘atelier’ (il concetto di artigiano è un tratto distintivo di Femia) di Milano. 
Architetto, smart city o sensible city, come le chiama Carlo Ratti?
«A me piace più parlare solo di città. Una città in cui vedo e a cui chiedo responsabilità e visione, di sapersi preoccupare dei cittadini e ai cittadini di occuparsi della città. Una città che possa sempre tracciare una visione del futuro. Smart è poco pertinente, sensible come dice Ratti è sicuramente più pertinente».
Ma in concreto che cosa sono città come quella che Google è pronta a progettare a Toronto?
«A differenza di quello che è successo negli ultimi 50-60 anni alle città si chiede di essere più in continuità con paesaggio, architettura, grandi nuclei, dentro un equilibrio molto più importante con l’uomo, la sua vita, la cultura, le sue scelte. E dove la tecnologia, i semafori intelligenti, i lampioni di nuova generazione, la guida autonoma, i marciapiedi dinamici, le piste ciclabili, la case e gli uffici domotici sono al servizio dell’uomo. Gli facilitano le relazioni. È su questo confine che dobbiamo ‘sconfinare’ per costruire la città del futuro». 
Lei spesso parla di città cronotopica. Come si declinano visione e responsabilità?
«Metto insieme tempo e spazio. Amo quelle parti di città che si nutrono nel corso delle ventiquattro ore dei diversi aspetti della vita. Ovvero quelle condizioni in cui c’è una vitalità continua, ibrida. Sono interessanti perché sono un territorio di sfida, di scommessa, rispetto alle città molto codificate, definite, magari belle, ma che allontanano». 
Qual è la lezione più importante che ci lasciano i grandi maestri dell’architettura sul ruolo dell’uomo nella realtà urbana?
«Non basta l’estetica. Occorre una condizione sentimentale».
E’ possibile coniugare la tecnologia con l’attenzione al verde?
«E’ doveroso integrare tutto. La tecnologia è uno strumento che ci deve aiutare a migliorare le condizione dei cittadini. A vivere il luogo al di là dello spazio». 
Come l’internet delle cose ci aiuterà a vivere diversamente le nostre città?
«Più che l’internet delle cose è la connessione che ci può far vivere diversamente e intensamente. Ad di là degli spazi definiti. Possiamo vivere il lugo di lavoro o la casa decidendo se essere o meno connessi. Azioni e volontà che prima erano legati all’esigenza fisica di essere in un posto vengono superate. Mutano gli scenari. E’ una forma di libertà. Se così non dovesse essere la connessione rischia di trasformarsi in una forma di schiavitù per cui alla fine, invece, di dare ci toglie libertà».