di Alessandro Farruggia I fantasmi del passato si riprendono il Myanmar. A 59 anni dal colpo di Stato del 1962, che mise il paese per 49 anni sotto la cappa opprimente del regime, i militari – che nel marzo 2011 avevano avviato un processo di democratizzazione cedendo parte del potere ai civili – ieri si sono ripresi il potere. Unità scelte sono entrate in azione all’alba, arrestando Aung San Suu Kyi – il premio Nobel figlia dell’eroe della indipendenza della BirmaniaMyanmar che fu per 15 anni prigioniera dei militari e che, come nel 2015, ha stravinto le elezioni dell’8 novembre 2020 – e decine di alti esponenti del suo partito, che stavano per...

di Alessandro Farruggia

I fantasmi del passato si riprendono il Myanmar. A 59 anni dal colpo di Stato del 1962, che mise il paese per 49 anni sotto la cappa opprimente del regime, i militari – che nel marzo 2011 avevano avviato un processo di democratizzazione cedendo parte del potere ai civili – ieri si sono ripresi il potere. Unità scelte sono entrate in azione all’alba, arrestando Aung San Suu Kyi – il premio Nobel figlia dell’eroe della indipendenza della BirmaniaMyanmar che fu per 15 anni prigioniera dei militari e che, come nel 2015, ha stravinto le elezioni dell’8 novembre 2020 – e decine di alti esponenti del suo partito, che stavano per partecipare nella capitale Naypidaw alla seduta inaugurale del Parlamento.

Truppe sono state schierate, le telecomunicazioni interrotte, le banche chiuse. Per ora la popolazione non è scesa in strada, perché paralizzata dalla paura. Il colpo di Stato è stato deciso dal capo delle Forze Armate, il generale Min Aung Hlaing, che ne ha ereditato nel 2011 il controllo dopo il ritiro dalla scena politica del dittatore Than Shwe. I militari hanno detto che terranno il potere per un anno, per poi organizzare nuove elezioni libere. Ma chissà. Il partito della Suu Kyi ha diffuso una sua dichiarazione, probabilmente apocrifa, nella quale Aung esorta la popolazione "a non accettare il golpe e a protestare con tutto cuore contro i militari".

Uomo riservato, ma con chiare ambizioni di potere, Hlaing ha gestito con il pugno di ferro la transizione che è avvenuta dal 2011 sulla base della Costituzione varata nel 2008 dalla giunta militare che aprì a una "democrazia disciplinata", ma confermava ampi poteri ai militari, che conservarono il 25% dei seggi parlamentari e i ministeri chiave di Interno, Difesa e Frontiere. Ma per Hlaing non era abbastanza. Nel 2016 si estese il mandato di altri 5 anni e nel 2017 scatenò la repressione contro la minoranza musulmana Rohingya con quello che l’Onu definì "intento genocida", che portò a esecuzioni sommarie, stupri e la fuga in Bangladesh di 700 mila persone. Hlaing fu bersaglio di sanzioni internazionali, ma il suo piano ebbe il sostegno della popolazione, che vede i Rohingya come estrani al Paese, e costrinse Suu Kyi a difendere l’esercito e quindi il genocidio, screditandola a livello internazionale.

Quest’anno il generale sarebbe dovuto andare in pensione, e lui ha deciso di agire usando l’articolo 417 della Costituzione del 2008, che consente ai militari di intervenire "in caso di tentativo di prendere il controllo del paese illegalmente". Pretesto, i presunti brogli nelle elezioni dell’8 novembre, che hanno visto il partito di Suu Kyi trionfare con 396 dei 476 seggi del Parlamento. L’ipotesi del golpe è parsa probabile già da dicembre. Il 30 gennaio i militari si sono impegnati a rispettare la Costituzione, la loro Costituzione (lo scorso anno il Parlamento, dove i militari hanno diritto di veto, respinse la riforma della Costituzione), e a modo loro l’hanno fatto, con il golpe. Durissima la condanna di Europa, Stati Uniti e Onu, che ha convocato il consiglio di Sicurezza. La Casa Bianca ha minacciato di "agire contro i responsabili" e di ripristinare le sanzioni, con Joe Biden che ha parlato di "attacco alla democrazia". Quanto alla Cina, vicino interessato, si è limitata a prendere atto del golpe.