Marco

Buticchi

In Sardegna una diciottenne ha chiamato in causa il padre affinché le siano risarciti "dieci anni di latitanza paterna."

Mettere al mondo un figlio è una responsabilità essenziale dell’esistenza. Accettarla consapevolmente implica il riconoscimento di tutti quegli obblighi che la figura genitoriale comporta.

Doveri che non si esauriscono nel riconoscimento di un assegno mensile. Essere padre (o madre) è altro: è scoprirsi anello di una catena eterna, ammettere legami indissolubili, affetti profondi, sentimenti infiniti. Chiunque tradisca questa ancestrale missione, viene meno all’essenza a fondamento dell’umanità. Quando si giunge alla libera decisione della procreazione, se ne devono assumere tutte le incombenze accessorie: educare, mantenere, instradare. Ma soprattutto amare, essere presenti, accorrere nel bisogno come gioire della felicità, condividere le ansie o le soddisfazioni perché la radice della vita è comune. Si, è vero, poi i figli seguono la loro strada, ma la nostra di genitori rimarrà per sempre un sentiero parallelo e percorribile in ogni istante d’incertezza.

Chi sospetta di poter mancare a quei doveri, non si metta neppure in viaggio e sappia che un figlio potrà reclamare la sua assenza. Un solo neo in questa vicenda che stride con la mia visione idilliaca: il prezzo di un amore infinito è di 75mila euro. Così sta scritto nella richiesta di risarcimento…