Giuseppe Conte, 56 anni, dopo l’incontro con il premier Mario Draghi, 73 anni
Giuseppe Conte, 56 anni, dopo l’incontro con il premier Mario Draghi, 73 anni
di Antonella Coppari Si temevano mortaretti e fuochi artificiali: non ci sono stati. La prima chiacchierata tra Conte e Draghi dal giorno dello scambio di consegne fila liscio. L’ex premier esce rassicurante: "È stato un incontro proficuo. Abbiamo garantito il pieno sostegno". Palazzo Chigi conferma: "Colloquio positivo". Enrico Letta, che aveva aperto a sorpresa alle richieste di modifiche sulla giustizia dei cinquestelle per la gioia di mezzo Pd e la rabbia dell’altra metà, esulta: "Ho letto che l’incontro è andato bene e me ne rallegro". L’allegria è sempre positiva, l’intesa però non c’è. A porte chiuse Conte e Draghi affrontano tre temi: di sanità quasi non c’è bisogno di parlare....

di Antonella Coppari

Si temevano mortaretti e fuochi artificiali: non ci sono stati. La prima chiacchierata tra Conte e Draghi dal giorno dello scambio di consegne fila liscio. L’ex premier esce rassicurante: "È stato un incontro proficuo. Abbiamo garantito il pieno sostegno". Palazzo Chigi conferma: "Colloquio positivo". Enrico Letta, che aveva aperto a sorpresa alle richieste di modifiche sulla giustizia dei cinquestelle per la gioia di mezzo Pd e la rabbia dell’altra metà, esulta: "Ho letto che l’incontro è andato bene e me ne rallegro". L’allegria è sempre positiva, l’intesa però non c’è. A porte chiuse Conte e Draghi affrontano tre temi: di sanità quasi non c’è bisogno di parlare. Accordo pieno. Sulla transizione ecologica i distinguo del nuovo leader M5s sono timidissime, certo non l’assalto che si aspettavano i grillini inviperiti con Cingolani. "Il ministro ha tutta la nostra fiducia, M5s darà un grande contributo ma ora è il momento di passare dagli slogan ai fatti". Al partito che sarà di Conte tanta remissività del leader non piace affatto: il piatto forte, però, è la giustizia.

L’ex premier sintetizza le sue critiche, Draghi apre uno spiraglio ma molto stretto nel rispetto del perimetro della riforma su cui chiede alla maggioranza lealtà. "In parlamento si possono apportare alcune modifiche tecniche, tali da non cambiare l’impianto sostanziale della riforma". Su un punto è rigido: il testo deve essere approvato dalla Camera nei tempi concordati con Bruxelles, cioè prima della pausa estiva. Consapevole dei mal di pancia dei suoi, all’uscita Conte riscopre la vocazione bizantina: "Il nostro è un approccio costruttivo. Io mi rimetto a soluzioni che non devono essere ideologicamente convincenti ma tecnicamente sostenibili". Il problema è che su quelle modifiche l’accordo è lontanissimo.

La ministra della Giustizia fa capire di essere contraria a qualsiasi manipolazione: "Più che di riforma Cartabia potremmo parlare di mediazione Cartabia – spiega – frutto del confronto nella maggioranza durato mesi. Quel testo tutti lo hanno approvato in consiglio dei ministri, fatti salvi i necessari aggiustamenti tecnici". Insomma: per lei il punto di incontro è già stato trovato. Pare anzi che Draghi abbia suggerito al suo predecessore di provare ad affrontare il tema direttamente con la guardasigilli: "Parla con la Cartabia e vedi cosa riuscite a fare". Missione spericolata. Salvini è più sintetico: "La riforma non cambia di una virgola". Italia viva e FI la pensano allo stesso modo. Per il Pd e Leu, invece, un po’ di spazio c’è: il relatore alla Camera del testo, Franco Vazio (Pd), ipotizza di allargare a tutte le fattispecie di reato la facoltà di proroga dei tempi del processo d’appello da due a tre anni prima che scatti l’improcedibilità, magari cambiando anche il giorno dal quale calcolare i tempi della prescrizione. Federico Conte (Leu) rispolvera la vecchia mediazione Orlando e propone di raddoppiare i tempi per l’appello, ma solo per i casi di condanna in primo grado.

I termini per i subemendamenti scadono oggi: la riforma dovrebbe approdare in aula il 23, ma è probabile che slitterà alla prossima settimana. Se nel frattempo sarà trovato un accordo tutto sarà risolto, i termini verranno riassunti in un emendamento del governo sul quale porre la fiducia. Ma se l’accordo non si trova? Draghi in tal caso avrebbe di fronte a sé due scelte: accettare quel rinvio a settembre del quale per ora non vuole sentire parlare, oppure imporsi d’autorità.