Giulio Andreotti (1919-2013), in una foto del 1954: viaggio a bordo della nave Andrea Dori
Giulio Andreotti (1919-2013), in una foto del 1954: viaggio a bordo della nave Andrea Dori
Roma, 9 agosto 2021 - Quand’è che voi figli avete saputo che Andreotti era Andreotti? La risposta è di quelle dirette, incorniciate da una risata gentile tra il sornione e il rilassato. "Noi siamo nati, praticamente, che Andreotti era Andreotti. Io sono del ‘52 e lui era da 5 anni il sottosegretario alla presidenza di un certo De Gasperi e dopo di Pella, nel ‘53". È Stefano a parlare: manager per 40 anni di una multinazionale, l’ironia fulminea e lucida del padre, la giovialità tranquilla di chi, anche da figlio, ne ha viste talmente tante che c’è poco che possa davvero turbarlo. "Pensi – continua – che una volta, a mia sorella Serena che ha due anni meno di me - probabilmente sarà stato intorno al ’59-’60 - a scuola dove andavamo domandarono: 'Che mestiere fa tuo padre?' e lei disse: 'Mio padre fa il ministro'. Perché per noi, fin da bambini, era normale pensarlo così". Stefano è il terzogenito del sette volte presidente del Consiglio e 27 volte ministro, di colui che è stato visto e definito come l’incarnazione del Potere immutabile e immobile della Dc nel Dopoguerra, Belzebù, il Divo Giulio, l’uomo dei segreti, protagonista (poi dichiarato innocente) di un lungo e inquietante processo addirittura per Mafia. Ma anche l’uomo - e questo spesso è rimasto in secondo piano - che ha guidato la politica estera italiana dalla Farnesina e da Palazzo Chigi con un’inesauribile passione per la pace e per l’Europa, tanto da essere uno dei principali interlocutori non solo, da ultimo, dei leader degli anni Ottanta - Thatcher, Mitterand, Khol, Reagan, Gorbaciov - ma anche di personaggi più controversi come Gheddafi, Fidel Castro, Saddam Hussein, Ortega, Mandela, Arafat. Come era suo padre dentro le mura di casa, in famiglia, con voi figli? "Era l’assoluto opposto della severità, era la bonomia fatta persona. Pensi che odiava il fumo, ma tutti noi fumavamo e lui ci comprava le sigarette. Riteneva che 'se io ti proibisco una cosa, non funziona'. Insomma, non ci ha mai imposto niente: eppure, io qualche cavolata l'ho fatta e anche i miei fratelli". Sua madre, però, non aveva lo stesso atteggiamento. "E infatti mio padre aveva affidato a mamma il compito dell’educazione quotidiana: e lei ci faceva studiare, ci seguiva passo passo. Questo non toglie che, pur con una presenza fisica ridotta, mio padre era ugualmente una presenza attentissima. Poi si è completamente, come dire?, rimbambito per i nipoti. Per loro ha fatto cose che per noi non avrebbe mai immaginato". L’Andreotti nonno è un inedito assoluto: ci sveli una debolezza. "Una volta mia sorella Serena aveva la bambina che faceva la raccolta dei puffi e di questi pupazzetti mia nipote non ne trovava uno. Ebbene, mio padre ha smosso non so chi per riuscire a recuperarlo da un importatore del Nord: era impazzito come fosse un affare di Stato". Che cosa ha significato essere figli di Andreotti? "Mio padre ha preteso che la nostra famiglia vivesse una vita il più possibile normale. E ciascuno ha fatto la sua vita di studio, di lavoro. Io ho avuto e ho amici di tutte le tendenze politiche e di tutti gli ambienti sociali. Certo, essere figli di Andreotti non era una cosa da poco comunque". Ci sta raccontando un Andreotti intimo che non ti aspetti. "C’è questa idea di rappresentarlo magari scuro, nero, tetro, quando, al contrario, era una persona apertissima e chi lo ha conosciuto lo sa". Sono diventate leggendarie, infatti, le sue...

Roma, 9 agosto 2021 - Quand’è che voi figli avete saputo che Andreotti era Andreotti?

La risposta è di quelle dirette, incorniciate da una risata gentile tra il sornione e il rilassato. "Noi siamo nati, praticamente, che Andreotti era Andreotti. Io sono del ‘52 e lui era da 5 anni il sottosegretario alla presidenza di un certo De Gasperi e dopo di Pella, nel ‘53".

È Stefano a parlare: manager per 40 anni di una multinazionale, l’ironia fulminea e lucida del padre, la giovialità tranquilla di chi, anche da figlio, ne ha viste talmente tante che c’è poco che possa davvero turbarlo. "Pensi – continua – che una volta, a mia sorella Serena che ha due anni meno di me - probabilmente sarà stato intorno al ’59-’60 - a scuola dove andavamo domandarono: 'Che mestiere fa tuo padre?' e lei disse: 'Mio padre fa il ministro'. Perché per noi, fin da bambini, era normale pensarlo così". Stefano è il terzogenito del sette volte presidente del Consiglio e 27 volte ministro, di colui che è stato visto e definito come l’incarnazione del Potere immutabile e immobile della Dc nel Dopoguerra, Belzebù, il Divo Giulio, l’uomo dei segreti, protagonista (poi dichiarato innocente) di un lungo e inquietante processo addirittura per Mafia. Ma anche l’uomo - e questo spesso è rimasto in secondo piano - che ha guidato la politica estera italiana dalla Farnesina e da Palazzo Chigi con un’inesauribile passione per la pace e per l’Europa, tanto da essere uno dei principali interlocutori non solo, da ultimo, dei leader degli anni Ottanta - Thatcher, Mitterand, Khol, Reagan, Gorbaciov - ma anche di personaggi più controversi come Gheddafi, Fidel Castro, Saddam Hussein, Ortega, Mandela, Arafat.

Come era suo padre dentro le mura di casa, in famiglia, con voi figli?

"Era l’assoluto opposto della severità, era la bonomia fatta persona. Pensi che odiava il fumo, ma tutti noi fumavamo e lui ci comprava le sigarette. Riteneva che 'se io ti proibisco una cosa, non funziona'. Insomma, non ci ha mai imposto niente: eppure, io qualche cavolata l'ho fatta e anche i miei fratelli".

Sua madre, però, non aveva lo stesso atteggiamento.

"E infatti mio padre aveva affidato a mamma il compito dell’educazione quotidiana: e lei ci faceva studiare, ci seguiva passo passo. Questo non toglie che, pur con una presenza fisica ridotta, mio padre era ugualmente una presenza attentissima. Poi si è completamente, come dire?, rimbambito per i nipoti. Per loro ha fatto cose che per noi non avrebbe mai immaginato".

L’Andreotti nonno è un inedito assoluto: ci sveli una debolezza.

"Una volta mia sorella Serena aveva la bambina che faceva la raccolta dei puffi e di questi pupazzetti mia nipote non ne trovava uno. Ebbene, mio padre ha smosso non so chi per riuscire a recuperarlo da un importatore del Nord: era impazzito come fosse un affare di Stato".

Che cosa ha significato essere figli di Andreotti?

"Mio padre ha preteso che la nostra famiglia vivesse una vita il più possibile normale. E ciascuno ha fatto la sua vita di studio, di lavoro. Io ho avuto e ho amici di tutte le tendenze politiche e di tutti gli ambienti sociali. Certo, essere figli di Andreotti non era una cosa da poco comunque".

Ci sta raccontando un Andreotti intimo che non ti aspetti.

"C’è questa idea di rappresentarlo magari scuro, nero, tetro, quando, al contrario, era una persona apertissima e chi lo ha conosciuto lo sa".

Sono diventate leggendarie, infatti, le sue battute affilate o sardoniche: la sua ironia era proverbiale.

"Ne diceva e ne faceva con una facilità enorme. Anche su parenti, in famiglia: prendeva in giro mamma, le faceva i versi da dietro. Talvolta, però, viene ricordato per una battuta come se quello esprimesse il suo pensiero, dimenticando il momento nel quale è stata detta. E’ il caso di 'amo talmente la Germania che ne vorrei due'. Fu detta a una Festa dell’Unità nell’84, quando c’era ancora la Guerra fredda. Quando, invece, cadde il Muro di Berlino, lui si schierò subito con Kohl per l’unificazione".

Poi c’è “il potere logora chi non ce l’ha”: un po’ la quintessenza dell’andreottismo?

(Sorride) "Se avessimo i diritti d’autore per quella, saremmo più ricchi del proprietario di Amazon. In realtà, alcune battute non sono neanche sue: come 'a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca'. Era di un cardinale dell’Ottocento, però è stato lui a divulgarla".

Arriviamo al cuore: Andreotti e il Potere. Che cosa era per suo padre?

"Era qualcosa che in assoluto gli piaceva: questo è chiaro. Ricoprire cariche pubbliche è indubbio che lo appagava e forse, diceva, 'ho anche fatto qualche sgambetto a qualcuno' per averle. Come altri cavalli di razza democristiani li facevano a lui. Però il potere per lui non era fine a se stesso, era un mezzo. Tant’è che quando gli domandavano 'che cosa faresti se avessi il potere assoluto', rispondeva sempre: 'Farei sicuramente una serie di stupidaggini'. Non trascuriamo che mio padre è figlio di una generazione che ha avuto veramente l'ossessione del Fascismo, anche dopo la sua fine. E, dunque, che ha avuto il massimo rispetto per la libertà".

Sulla gestione del potere da parte di suo padre, è diffusa l’idea di una sorta di pragmatismo forse un po’ eccessivo, ai limiti del cinismo, più  che di una visione ideale che la sorregga: è una considerazione fondata?

"Da un lato, è vero che lui, conoscitore straordinario della macchina dello Stato, preferiva dedicarsi a  risolvere i problemi, avendo un po’ meno passione per le grandi dottrine. Ma, dall’altro lato, questo approccio pragmatico non era fine a se stesso, ma rientrava in un’idea, in una visione del mondo e della politica che ha avuto almeno quattro stelle polari: la dottrina  sociale della Chiesa, la fedeltà alla linea di De Gasperi dell’Alleanza atlantica, l’Europa, più per come era stata concepita e sviluppata dai Padri fondatori che per come si è realizzata successivamente e, infine, il Parlamento come luogo-chiave della democrazia parlamentare e non presidenziale".

Quali erano i rapporti con gli altri cavalli di razza democristiani? Con Moro, con Fanfani?

"Con Amintore Fanfani, anche leggendo i Diari, si comprende che si beccavano spesso: due caratteri forti, anche  di due generazioni differenti. Con Moro si conoscevano bene dai tempi della Fuci, durante la guerra, e il rapporto è stato sempre a fasi alterne ma continuo, anche se Moro era della sinistra Dc e mio padre, almeno all’inizio, era considerato della destra. Non ebbero sempre una comune visione: mio padre, per dire, considerava prematura l’apertura al centrosinistra negli anni ’60, sostenuta con determinazione da Moro. Ma tra il ’76 e il ’78, fu proprio Moro a volere che fosse mio padre a guidare i governi della non sfiducia e della solidarietà nazionale con i comunisti. Forse perché gli garantiva di tenere abbastanza tranquilli il Vaticano e, principalmente, l’America".

Non bastò a salvare la vita al Presidente Dc, ma questa è un’altra storia. Veniamo ai comunisti: che rapporti aveva suo padre con loro?

"Quelli politici sono stati a fasi alterne, anche di aspro scontro. Quelli personali erano ottimi. Aveva un rapporto straordinario con Giancarlo Pajetta, il più fumantino dei comunisti: si vedevano a cena spesso e parlavano di tutto, mio padre lo considerava un caro amico. Erano intensi e stretti anche i rapporti con Gerardo Chiaromonte e Tonino Tatò. Con Giorgio Napolitano è stato sempre ugualmente in eccezionali relazioni: l’ex Presidente gli era, tra l’altro, iper-riconoscente perché fu mio padre a fargli avere il visto che gli aprì le porte degli Stati Uniti negli anni Settanta. Era la prima volta di un dirigente comunista. Ma anche con Enrico Berlinguer c’erano reciproche correttezza e cordialità. Abbiamo trovato una lettera della matrigna del segretario del Pci a mio padre nella quale la signora, dopo la tragica morte di Padova, dà testimonianza della grandissima stima che aveva Berlinguer nei confronti di Andreotti. Certo, con i capi del partito che è venuto dopo, il Pds, le cose sono andate diversamente".

Come sono stati, invece, i rapporti con Bettino Craxi?

"All’inizio erano rapporti molto difficili: Craxi era milanese, mio padre romano, Craxi era anche di quasi una generazione di meno e poi era un altro assoluto numero uno. In più mio padre era l’uomo della solidarietà nazionale. Ma negli anni successivi, anche grazie al ruolo di persone come Gennaro Acquaviva, si erano riavvicinati e quando mio padre fece il Ministro degli Esteri del governo Craxi ne ebbe un’impressione straordinariamente positiva".

Circolava anche la battuta di suo padre sul noto viaggio in Cina: «Sono andato in Cina con Craxi e i suoi cari».

"Sì, come c’era anche quella di Craxi secondo la quale prima o poi anche le volpi finiscono in pellicceria. Una battuta che ebbe un seguito divertente. L’ufficio che mio padre aveva a San Lorenzo in Lucina era stato la sede di una pellicceria. Un giorno andò a trovarlo Craxi e come prima cosa mio padre gli disse: 'Vedi Bettino, le volpi finiscono in pellicceria ma sono ancora vive'. Di sicuro Andreotti, negli anni bui per entrambi, cercò comunque di farlo tornare in Italia per curarsi. Ma poteva fare ben poco".

Il Potere era, nella versione andreottiana, anche la cura maniacale del collegio.

"Rammento queste incredibili campagne elettorali fin da bambino:  il suo collegio era Roma, Frosinone, Viterbo e Latina. Partiva la mattina presto e faceva anche 15, 16 comizi: tornava stremato dalla fatica. Eppure, quando è diventato senatore a vita è stato male per non poter più avere quel rapporto diretto con i suoi elettori. Al punto che le racconto un episodio illuminante: era il ’91 e stava partendo per l’Arabia Saudita. L’ambasciatore Riccardo Sessa, un suo stretto collaboratore, gli disse che lo cercavano dalla Presidenza della Repubblica. Scese dall’aereo e andò a parlare con Francesco Cossiga, che gli comunicò la nomina a senatore a vita. Tornò in aereo nero, arrabbiato. Sessa gli domandò: 'Presidente, che è successo?'. 'Una notizia terribile, Cossiga mi vuole fare senatore a vita'. E Sessa: 'Ma è una bella cosa'. E lui: 'È una vita che vivo per il mio elettorato. Come faccio a smettere'. Insomma, i suoi elettori erano la sua linfa vitale. Nel suo studio riceveva tutti, conosceva quei paesi palmo a palmo e riconosceva chiunque avesse visto anche solo una volta. Dai battesimi alle comunioni, mandava biglietti scritti a mano a tutti. E riceveva migliaia di auguri a Natale, a Pasqua. La sua segreteria politica era davvero aperta a tutti: da Agnelli all’ultimo paesano".

Un’attenzione spasmodica per il territorio, che sconfina, però, anche nel clientelismo tipico dei democristiani di quegli anni.  

"Diciamo che c’era di tutto. Le richieste riguardavano tutto. Dagli investimenti alla fognatura, dall’acquedotto alla chiesa del paese. Dal posto di lavoro alla raccomandazione spicciola. Di sicuro, lui ha continuato a dare una mano e a aiutare tutti anche dopo la nomina a senatore a vita e fino a due, tre anni prima di morire, indipendentemente dal fatto che tu eri democristiano comunista, socialista. Ancora oggi mi capita di passare per un paese e incontrare persone che mi ringraziano per mio padre".

Attorno a suo padre c’erano personaggi entrati anch’essi nella mitologia politica: uno per tutti, il poliedrico sottosegretario Franco Evangelisti. Chi era?

"Era un po’ il factotum: veniva dai giovani democristiani di Alatri in provincia di Frosinone e non era probabilmente uno che avrebbe mai potuto fare il numero uno, ma era una persona dalle mille relazioni. Conosceva tutti e mediava. Aveva un ruolo essenziale di tramite con Tatò, per esempio".

L’uomo del “mo’ te spiego er becraund”.

"Anche del 'a Fra’ che te serve'".

Arriviamo agli inizi degli anni Novanta: alla mancata elezione al Quirinale seguono gli anni bui delle accuse di Mafia, i processi lunghissimi, una sorta di damnatio memoriae in vita.

"Quando tutto comincia, dal punto di vista umano, mio padre era un uomo finito: non usciva più di casa, era in impasticcato di schifezze che gli avevano dato per dormire e per stare tranquillo, non faceva più niente. Una morte fisica e civile.  Poi, nonostante alcuni problemi di salute, non per caso emersi in quel periodo, ha avuto la forza di reagire. E ha continuato a fare la sua attività politica di senatore e quella di bravo imputato, fino all’assoluzione. Lo ha fatto fondamentalmente grazie a alcune persone che gli sono state vicine, a cominciare dalla famiglia, ma anche a persone verso le quali aveva una grande venerazione. Due in particolare: Madre Teresa di Calcutta e Giovanni Paolo II, che lo hanno sempre confortato negli anni neri. Madre Teresa andò anche a trovarlo allo studio e ci fu un siparietto simpatico con la segretaria".

Ce lo racconti.

"In sostanza, la segretaria non la riconobbe e non voleva farla entrare perché non aveva appuntamento. Di sicuro Madre Teresa gli è stata vicinissima. Ma, oltre le persone e la famiglia, è stata la fede la sua alleata: una fede vera che ha avuto fino alla fine e che lo portava a dire: 'Questo mi accade perché io ho avuto tanto dalla vita'".

Il finale dei processi lo conosciamo, ma la cosa che rimane tuttora senza una risposta vera riguarda l’origine delle inchieste giudiziarie. Che idea si era fatto suo padre?

"Era iper-convinto e lo è rimasto fino alla morte che non gli Stati Uniti, ma certi ambienti americani avessero sicuramente avuto un ruolo nell’attivazione delle accuse contro di lui. E, del resto, mi pare che stiano venendo fuori adesso per Tangentopoli i rapporti dei Pm di Milano con l’ambasciata Usa. A lui per i finanziamenti illeciti non potevano dire niente, perché non si era mai occupato del partito, e hanno cercato su altri fronti. Buscetta e Mannoia, i due pentiti che lo accusarono, erano, del resto, gestiti dagli americani. Tutto è partito dalle loro dichiarazioni, risultate sempre avulse da una data perché tutte le volte che hanno tirato fuori una data mio padre l’ha smentiva".

Ma perché suo padre pensava che ambienti Usa ce l’avessero con lui?

"Era convinto che l’operazione nascesse negli Stati Uniti perché da un lato aveva preso posizioni, come anche Craxi, non sempre condivise Oltreoceano: rammentiamo Sigonella, il suo filo-arabismo, i rapporti con Gheddafi. Dall’altro lato, dopo la caduta del Muro, gli americani non guardavano tutti con favore a un’Europa forte e a un’Italia altrettanto rilevante dentro questa Europa. Certo, poi, non sono mancate mani e manine italiane, principalmente da dentro il Pds, che ci hanno messo il loro carico".

A chi fa riferimento?

"Il nome o i nomi sono stati fatti tante volte. E, non a caso, il povero Chiaromonte, prima di morire, andò a trovare mio padre e gli disse espressamente: 'Giulio, stai attento che ti stanno preparando il pacco'".  

Quale fu la reazione quando hanno tirato in ballo il bacio di Riina?

"Di assoluta incredulità. Gli sembrava una tale assurdità che non si capacitava della cosa".

Poi c’erano i famosi cugini Salvo, Nino e Ignazio. Andreottiani di complemento o almeno così si spacciavano.

"Ebbene, sa che non li ha mai conosciuti. Tant’è che Giulia Buongiorno, che era l'avvocato siciliano, all'inizio si arrabbiava: 'Ma non è possibile che lei non li abbia conosciuti, per forza deve averli conosciuti perché nella società palermitana erano notissimi'. Eppure, mio padre li ha visti in tv solo quando uno era già morto e l'altro fu arrestato. E diceva: 'Adesso capisco perché Salvo Lima non me li ha mai voluti presentare'".   

Salvo Lima, però, lo conosceva bene: era il suo plenipotenziario in Sicilia.

"Ma sicuramente errori li ha fatti. Se fosse tornato indietro, sicuramente non si sarebbe fidato di lui. Non so, però, quanti politici siciliani non abbiano avuto assolutamente niente a che vedere con la Mafia: vada a leggersi le deposizioni dei pentiti, anche nel processo di mio padre, quali nomi fanno. Su Lima, del resto, gli stessi Carabinieri dicevano a mio padre che non veniva fuori niente. E lo stesso Giovanni Falcone, che con mio padre aveva un ottimo rapporto al punto che venne a lavorare al Ministero della Giustizia con Claudio Martelli anche su richiesta di Andreotti, si presentò nel suo ufficio proprio con Salvo Lima, come racconta Paolo Cirino Pomicino, per informarlo che il pentito Pellegriti si era rimangiato la tesi secondo la quale l'omicidio Mattarella era legato al mondo della Mafia di Lima".

Chiudiamo con un’altra passione di suo padre: il cinema.

"Amava il cinema terribilmente, amava Totò, Anna Magnani. Era un grandissimo amico di Federico Fellini: abbiamo trovato una lettera di auguri del regista nella quale dipinge mio padre come Papa che gli dà la benedizione. Aveva ottimi rapporti con Alberto Sordi, Monica Vitti, Vittorio Gassman, Vittorio De Sica, Roberto Rossellini, solo per citare qualche nome".

Un amore che lo ha portato anche a recitare con Sordi.

"Accadde che Sordi chiese a Fellini di fare il passeggero nel Tassinaro e il regista disse: 'Non ci penso pe’ niente'. 'Ma c’è anche Andreotti', fece Sordi. 'No, sì, vabbé  – la controreplica scettica – Allora facciamo una cosa: se ci sta Andreotti, ci sto anche io'. E così andò".