Roma, 31 maggio 2021 - Ha lasciato il carcere dopo 25 anni, per fine pena, l'ex boss mafioso Giovanni Brusca, fedelissimo del capo dei capi di Cosa nostra, Totò Riina, prima di diventare un collaboratore di giustizia ammettendo, tra l'altro, il suo ruolo nella strage di Capaci.  'U verru'' (il porco, in siciliano) come era soprannominato negli ambienti mafiosi, il 23 maggio del 1992 azionò il comando che poi uccise il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i tre agenti di scorta Rocco Dicillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro. Era stato arrestato nel 1996 e, dopo alcuni anni, ha iniziato a collaborare con la giustizia. Ebbe anche un ruolo di primo piano nell'uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo.

Oggi Brusca ha lasciato il carcere di Rebibbia, come scrive L'Espresso, a Roma, con 45 giorni di anticipo rispetto alla scadenza della condanna. Adesso sarà sottoposto a controlli e protezione e a quattro anni di libertà vigilata, come deciso dalla Corte d'Appello di Milano. La notizia ha trovato conferma in ambienti investigativi. 

Brusca è stato scarcerato per effetto della della legge del 13 febbraio del 2001, grazie alla quale per lo Stato italiano ha finito di scontare la propria pena detentiva. Avendo scelto di collaborare con la giustizia ha ottenuto gli sconti di pena previsti dalla legge.

Le reazioni

Maria Falcone: "Notizia mi addolora"

"Umanamente è una notizia che mi addolora, ma questa è la legge, una legge che peraltro ha voluto mio fratello e quindi va rispettata". Così Maria Falcone, sorella del giudice Giovanni Falcone, dopo la notizia della scarcerazione per fine pena di Giovanni Brusca. "Mi auguro solo - ha aggiunto - che magistratura e le forze dell'ordine vigilino con estrema attenzione in modo da scongiurare il pericolo che torni a delinquere, visto che stiamo parlando di un soggetto che ha avuto un percorso di collaborazione con la giustizia assai tortuoso. La stessa magistratura in più occasioni ha espresso dubbi sulla completezza delle sue rivelazioni, soprattutto quelle relative al patrimonio che, probabilmente, non è stato tutto confiscato: non è più il tempo di mezze verità e sarebbe un insulto a Giovanni, Francesca, Vito, Antonio e Rocco che un uomo che si è macchiato di crimini orribili possa tornare libero a godere di ricchezze sporche di sangue".

Poliziotto che arrestò Brusca

"Mi riconosco nelle parole di Maria Falcone, di più non voglio dire". Così, all'Adnkronos, Luigi Savina, l'ex vicecapo della Polizia che nel 1996, quando era dirigente della Mobile di Palermo, arrestò Giovanni Brusca. Era il 20 maggio 1996 quando, alle 21, in una zona alla periferia di Agrigento, Cannatello, duecento uomini della polizia, guidati proprio da Savina, allora capo della squadra mobile di Palermo, arrestarono il sicario di Totò Riina. Brusca commise un errore: accese il telefonino quando ormai era sera. E poi cadde in un tranello semplice e geniale. "Usammo uno stratagemma, una vecchia moto della polizia con una ruota forata - raccontò anni fa lo stesso Savina -. La moto passò e ripassò davanti a tre villette in una delle quali era nascosto il latitante Brusca che fece l'errore di rispondere alla nostra telefonata. Quando il rumore della moto coprì la voce al telefono capimmo dov'era nascosto ed io", aggiungi Savina con un velo di emozione, "ho ancora un urlo nell'orecchio: ''È lì, è lì'', gridò Cortese", cioè Renato Cortese, poi diventato questore di Palermo.

Vedova caposcorta Falcone: "Indignata"

"Sono indignata, sono veramente indignata. Lo Stato ci rema contro. Noi dopo 29 anni non conosciamo ancora la verità sulle stragi e Giovanni Brusca, l'uomo che ha distrutto la mia famiglia, è libero. Sa qual è la verità? Che questo Stato ci rema contro. Io adesso cosa racconterò al mio nipotino? Che l'uomo che ha ucciso il nonno gira liberamente?...". Tina Montinaro è la vedova di Antonio Montinaro, il caposcorta di Giovanni Falcone. "Dovrebbe indignarsi tutta l'Italia e non solo io che ho perso mio marito - dice in una intervista all'Adnkronos -. Ma non succede. Queste persone vengono solo a commemorare il 23 maggio Falcone e si ricordano di 'Giovanni e Paolo'. Ma non si indigna nessuno". 

Autista Falcone: "Offesa alle vittime"

"E' una notizia che sicuramente non mi fa piacere. E' un'offesa per le persone che sono morte in quella strage. Secondo me dovevano buttare via le chiavi". Così Giuseppe Costanza, autista del giudice Giovanni Falcone scampato alla strage di Capaci, commenta con l'Adnkronos la scarcerazione per fine pena di Giovanni Brusca. "Sono trascorsi 29 anni da quel giorno, ma né Falcone, né la moglie, né i ragazzi della scorta potranno mai ritornare in vita - aggiunge -. Che Paese è il nostro? Chi si macchia di stragi del genere per me non deve più uscire dalla galera".