Gianni Morandi ricoverato per ustioni
Gianni Morandi ricoverato per ustioni
Telefonata a Gianni al Bufalini di Cesena. Il colpo fantastico è questo: durante la chiacchierata gli chiedo: "Ma la voce, Gianni? Come va la voce, è sempre quella?". E lui: "Ma sì, la voce c’è, ogni tanto provo… aaaaaahhh!". E caccia un acuto per confermare. Un secondo dopo piomba in camera un gruppo di infermieri, preoccupati dall’urlo. Pensavano avesse sentito un dolore. Invece era il vecchio ragazzo di Monghidoro che faceva l’asino. Risate e via. Eccolo qua. Al telefono. Te lo immagini con il camicione azzurro, le manone fasciate come un pupazzo di neve. Eccolo che ti chiede: "Ciao. Come ti senti oggi?". Come mi sento io? Ma vorrai scherzare? Tu, come ti senti? (E ride e allora si capisce che ci siamo) "Bene, oggi mi sento bene, ho parlato con Arrigo Sacchi al telefono. Per fargli gli auguri. È sempre bello parlare con Sacchi". Gianni, riesci a definire quello che hai provato in quell’inferno? "Guarda, col passare dei giorni mi spavento sempre di più. Perché mi rendo conto del rischio che ho corso e di quanto sono stato fortunato. Prima di tutto, ho salvato la vita. Perché quando tu cadi dentro a una buca così, mentre spingi dentro un tronco che pensi faccia resistenza, e ti trovi in mezzo alle braci, con le fiamme intorno, è una cosa tremenda". E come sei riuscito a uscire da lì? "Mi sono attaccato con le mani a un...

Telefonata a Gianni al Bufalini di Cesena. Il colpo fantastico è questo: durante la chiacchierata gli chiedo: "Ma la voce, Gianni? Come va la voce, è sempre quella?". E lui: "Ma sì, la voce c’è, ogni tanto provo… aaaaaahhh!". E caccia un acuto per confermare. Un secondo dopo piomba in camera un gruppo di infermieri, preoccupati dall’urlo. Pensavano avesse sentito un dolore. Invece era il vecchio ragazzo di Monghidoro che faceva l’asino. Risate e via.

Eccolo qua. Al telefono. Te lo immagini con il camicione azzurro, le manone fasciate come un pupazzo di neve. Eccolo che ti chiede: "Ciao. Come ti senti oggi?".

Come mi sento io? Ma vorrai scherzare? Tu, come ti senti?

(E ride e allora si capisce che ci siamo)

"Bene, oggi mi sento bene, ho parlato con Arrigo Sacchi al telefono. Per fargli gli auguri. È sempre bello parlare con Sacchi".

Gianni, riesci a definire quello che hai provato in quell’inferno?

"Guarda, col passare dei giorni mi spavento sempre di più. Perché mi rendo conto del rischio che ho corso e di quanto sono stato fortunato. Prima di tutto, ho salvato la vita. Perché quando tu cadi dentro a una buca così, mentre spingi dentro un tronco che pensi faccia resistenza, e ti trovi in mezzo alle braci, con le fiamme intorno, è una cosa tremenda".

E come sei riuscito a uscire da lì?

"Mi sono attaccato con le mani a un ramo che bruciava pur di saltare fuori. La seconda cosa importante è che ho salvato la faccia. Ma ti dico: non mi ero mai reso conto che cosa sono le mani per un essere umano. Il nostro cervello al 70% usa le mani".

Però ce l’hai fatta, questo è quello che conta.

"Sì, ma credo che ci sia qualcuno che mi ha guardato dal cielo, ne sono convinto. Poi, oh, arrivare qui, dove ci sono otto terapie intensive, con otto ustionati dentro. Ci sono dei casi col 60-70% di ustioni, gente che è stata intubata quaranta giorni".

Ma esattamente Gianni, riassumendo i danni?

"Ho avuto gravi bruciature a tutte e due le mani, alle ginocchia, un po’ al gluteo, poi una bruciatura nella schiena e nell’orecchio. Credo, più o meno, sul 15%".

Scusa, ma ci si pensa subito…le tue mani…la chitarra…

"Mah, la mano sinistra, quella che fa gli accordi, si muove abbastanza bene, direi che è quasi recuperata. La mano destra in questo momento è piuttosto debole, dovrò fare molta fisioterapia, ci vorrà del tempo. Bisogna ridarle vitalità, diciamo".

In pratica in quei momenti ti è passata davanti tutta la vita…

"In quei momenti ho pensato solo a salvarmi. Lo spavento è cresciuto dopo, ripensandoci. Arrivi qui, dove sono bravissimi, dove c’è una squadra di persone fantastiche che ti aiuta, che è sempre pronta e tu ti accorgi che sei nelle loro mani".

E il dolore Gianni? Si può definire il dolore che hai sentito?

"Senza l’aiuto dei farmaci non si può resistere a questo dolore. Ogni due giorni mi facevano una medicazione. Ma la medicazione è una cosa molto dolorosa e ti devono addormentare. Capisci che non è facile per un fisico. Io ho anche la fortuna di avere uno spirito positivo, ottimista, e questo mi aiuta. Poi l’affetto della gente. Roba incredibile, messaggi da tutto il mondo, perfino dalla Russia, dall’America, mi hanno scritto i colleghi, tutti, mi hanno chiamato. Arriva di tutto: disegni, libri, cioccolatini, uova di Pasqua. I primi giorni con Anna li abbiamo passati a rispondere ai messaggi, anche perché lei può stare qua con me solo due ore al giorno, quindi… Il primo giorno in cui sono arrivato, una signora di 84 anni mi ha fatto portare una confezione di Baci Perugina con scritto: mangiane uno che ti addolcisci un po’…".

(Si sente in sottofondo la voce di Anna: "Faccio la pendolare. Ogni pomeriggio faccio Bologna-Cesena. Poi ritorno…")

L’importanza dell’affetto degli altri Gianni, ma anche di una persona vicino: Anna.

"Non ci sono aggettivi. Grande, è l’unica parola che sintetizza tutto".

Dicevi i colleghi…tutti vicinissimi

"Ti dico questa. Qualche notte fa, sarà stata l’una e mezza, mi ha mandato un messaggio Nek. Scrivendomi che la riabilitazione sarà la cosa più importante. Allora l’ho chiamato, perché con tre dita riesco a fare qualcosa, a premere un tasto, anche se devo stare sempre in vivavoce. Lui, due anni fa, aveva avuto un incidente terribile, anulare e medio di una mano tagliate da una sega elettrica. È riuscito ad andare in ospedale in quelle condizioni guidando la macchina. A Modena gliel’hanno ricucite. Un’operazione di dieci ore. Ci siamo consolati a vicenda. Ha fatto una buona riabilitazione e dopo quattro mesi risentiva la sensibilità delle dita. Immaginaci, io e Nek che nel cuore della notte ci raccontiamo queste cose. Ma la solidarietà un po’ aiuta".

Tutto il giorno in ospedale. Tu che sei abituato a essere sempre attivo…

"Non esiste la noia qua dentro. Hai sempre qualcosa da fare. Sono bravissimi. La giornata comincia alle 6, la pressione, le pillole, gli antibiotici, l’iniezione di eparina, la colazione, ti lavano, ti fanno alzare, ti cambiano il letto, io cerco di fare due passi nel corridoio. Non hai tempo di leggere un libro o i giornali: vabbe’, quelli me li devo fare sfogliare da Anna. Arrivo a sera che non sono riuscito a fare tutto quello che volevo fare. Trenta persone che ruotano intorno a te, grande rapporto. Ti tengono su".

E adesso il Gianni eterno ottimista cosa vede davanti?

"Il desiderio, la speranza, di tornare come prima ma mi rendo conto che sono un po’ più fragile. Ti senti meno spavaldo, meno sicuro quando ti succede una cosa di questo genere".

Ti hanno vaccinato? Per proteggerti in questa situazione di fragilità?

"No, non mi hanno vaccinato. Con i farmaci che sto prendendo non era possibile. Ma qua c’è un’attenzione incredibile. Quando entrano in camera si mettono guanti nuovi, e ogni oggetto che entra dentro alla stanza non può più uscire se non è sanificato: sono attentissimi. Vuole dire che tutte le uova di Pasqua che mi sono arrivate le dovrò mangiare io, ah, ah, ah!".

(Eccolo. Non perde mai quella che a Bologna si chiama "l’asinisia", l’essere asini, in senso buono)

Ti hanno fatto una previsione di quanto starai lì?

"Parlano di una decina di giorni ancora. Pasqua qui, con tutte queste uova arrivate dal mondo".

Cosa ti manca, Gianni?

"Andare allo stadio a vedere il mio Bologna. Ma col pubblico. Spero che ci si possa tornare presto"

Ti senti cambiato da questa avventura tremenda?

"Forse. Anzi credo di sì. In questo periodo, con tutto questo affetto intorno, non lo so, mi sembra di esser diventato più buono. Mia moglie però dice di no…".

La voce di Anna dal fondo della stanza. "Giorgio, ti dico una cosa. Quando Gianni mi ha detto: ’Sai che ho paura di non poter tornare più come prima?’ Gli ho risposto: ’Speriamo!’". E finisce in una risata. Perché il vecchio ragazzo è poi fatto così.