Giampiero Galeazzi era un mio amico. Ci eravamo conosciuti vagando per il mondo, inseguendo le emozioni dello sport. Ancora nei giorni della Olimpiade più recente, da Tokyo gli chiesi se potevo farlo chiamare da un giovane collega. Avevamo appena vinto un oro nel canottaggio. Era già malato, ma si rese subito disponibile per l'intervista.

Giampiero Galeazzi, quell'urlo nei momenti di gloria dell'Italia

Di Giampiero tanti giustamente ricordano le telecronache clamorose, le interviste a bordo campo e negli spogliatoi di un calcio che non c’è più, le amabili esibizioni sul palcoscenico di Domenica In accanto a Mara Venier. E beninteso è tutto perfetto, perché Galeazzi era entrato a far parte dell’immaginario collettivo esattamente in quel modo, tonitruante e sopra le righe.

A me, invece, piace ricordare il Giampiero in possesso di una rara cultura dello sport. Era stato atleta sul serio, come canottiere. Coglieva il senso profondo dell’agonismo e con garbo fingeva di non notare l’ignoranza altrui.

Bisteccone, come lo chiamavano tutti, non ha fatto scuola perché un certo modo di fare giornalismo, il suo, è stato azzerato dalla glaciale blindatura della comunicazione. Oggi, se cerchi di entrare nello spogliatoio di Messi o di Donnarumma con un microfono in mano, come Galeazzi faceva con Maradona o Platini, beh, minimo minimo ti sparano. Ma proprio per questo Giampiero è stato un maestro. L’ultimo grande artigiano della tv.