Il generale dei carabinieri Giuseppe Governale è direttore della Dia
Il generale dei carabinieri Giuseppe Governale è direttore della Dia

Roma, 16 ottobre 2019 - Ha seguito minuto per minuto, come si fa dalla cabina di regia, l’operazione che a Reggio Emilia ha portato al sequestro di beni per 10 milioni ad un boss della ‘ndrangheta cutrese, Antonio Muto, condannato a 12 anni nel maxi processo AEmilia, il filone che ha svelato trame, affari, infiltrazioni e legami con la politica e l’economia sull’asse Modena, Reggio Emilia e Parma. Il generale Giuseppe Governale, direttore della Direzione investigativa antimafia, ricorda che il sequestro dei beni "rimane uno degli strumenti più efficaci nella lotta ai clan". Idem per il carcere duro, a cui sono sottoposti terroristi e mafiosi come Michele Zagaria, boss dei Casalesi.

La Corte europea vuole eliminare l’ergastolo ostativo, cioè il carcere duro. Si può fare?
"Attenuare l’attuale legislazione significa annacquare la capacità di contrasto alla mafia. I clan non aspettano altro. La richiesta di ammorbidire il 41 bis era contenuta anche nel Papello di Totò Riina. Quando si disse che Bernardo Provenzano e Riina dovevano morire in carcere non era per ledere la dignità dell’uomo. Ma se con una sentenza si decide di fare una cosa va fatta. Bisogna essere credibili verso la mafia e verso la società civile".

Col processo Aemilia (118 condanne) la mafia calabrese ha perso terreno al nord?
"Eviterei schematizzazioni. E la guardia non va mai abbassata perché l’organizzazione ha uno spirito molto combattivo. E’ un sistema che sfrutta disattenzione, sottovalutazione e burocrazia farraginosa per agire sulla corruzione. Aemilia è una pietra miliare: bisogna sfruttarne il successo insistendo nell’azione".

La ‘ndrangheta non spara più?
"Preferisce tenere la pistola sul comodino e usarla solo se necessario. Agisce anche con la complicità di imprenditori che, come rivelano alcune intercettazioni, non si preoccupano se gli interlocutori sono uomini delle cosche".

La mafia dove si insedia?
"Nelle regioni ricche, dove il Pil è solido. Non è un caso se il 38% delle segnalazioni di operazioni sospette proviene dalla Lombardia. Emilia Romagna e Toscana seguono a ruota. Il sud resta un vivaio per la manovalanza".

Qual è la mafia più forte oggi?
"La ‘ndrangheta. I clan calabresi sono talmente affidabili nella galassia internazionale che si permettono di acquistare tonnellate di coca ed eroina dai cartelli sudamericani a credito. E si espandono in Europa".

Per esempio?
"In Slovacchia, dove è stato anche ucciso un giornalista che indagava su affari sporchi fra imprenditori locali e criminalità italiana. I calabresi investono anche in Romania e Malta, Paesi privi di strumenti legislativi antimafia e con una economia in crescita. Un terreno ideale".

La mafia nigeriana?
"E’ pericolosissima e in ascesa. A lungo sottovalutata, gestisce prostituzione e traffico di esseri umani. Assomiglia a Cosa nostra e ‘ndrangheta: prevede giuramento, iniziazione, senso di appartenenza, organizzazione in distretti. E chi sgarra paga con la vita. Cosa Nostra nel quartiere Ballarò, cuore mafioso di Palermo, si appoggia ai nigeriani".

La mafia albanese?
"Dispone di un forte spirito di combattimento e agisce con una violenza senza limiti, con elementi reclutati all’Est. Gestisce soprattutto il traffico di droga". 

Lei va spesso nelle scuole a parlare ai ragazzi.
"Ritengo che la legalità vada spiegata agli studenti, anzi dovrebbe diventare una materia di insegnamento. La mafia si combatte anche così".