Alberto Stasi (di spalle) in aula attende la lettura della sentenza  nel processo d'appello bis per l'omicidio della fidanzata Chiara Poggi, avvenuto nel 2007 a Garlasco, Milano, 17 dicembre 2014. ANSA/DANIEL DAL ZENNARO
Alberto Stasi (di spalle) in aula attende la lettura della sentenza nel processo d'appello bis per l'omicidio della fidanzata Chiara Poggi, avvenuto nel 2007 a Garlasco, Milano, 17 dicembre 2014. ANSA/DANIEL DAL ZENNARO

Roma, 12 dicembre 2015 - Un giallo che si chiude dopo otto anni. La Cassazione ha confermato la condanna a 16 anni ad Alberto Stasi, unico imputato per l'omicidio di Chiara Poggi, trovata morta nella sua casa di Garlasco il 13 agosto 2007. La sentenza è così definitiva. Stasi, alla lettura della sentenza, non ha detto una parola, ma è scoppiato in lacrime

La decisione della suprema Corte arriva dopo 2 ore di camera di consiglio e dopo una pesante requisitoria della procura generale che ha smontato pezzo dopo pezzo la ricostruzione dell'accusa. Il pg Oscar Cedrangolo aveva chiesto ieri l'annullamento della sentenza d'appello con rinvio, accogliendo il ricorso di Stasi - che chiedeva l'assoluzione - e quello del pg di Milano - che chiedeva invece il riconoscimento dell'aggravante della crudeltà. Nel dicembre del 2014, Stasi era stato condannato a 16 anni di reclusione: così si era concluso il processo di appello bis, dopo due precedenti assoluzioni in primo e in secondo grado. Poco dopo la sentenza Stasi si è costituito ed è già nel carcere di Bollate (Milano).

I GENITORI DI CHIARA POGGI - "Giustizia è stata fatta". Con poche parole e tanta emozione Rita Poggi, la mamma di Chiara ha commentato la sentenza fuori dalla villetta di Garlasco. "Forse questo sarà un  Natale diverso, dopo questa sentenza proviamo sollievo", ha continuato la mamma di Chiara. "Non si può gioire per una condanna - ha proseguito - si è trattato di una tragedia che ha sconvolto due famiglie". Il padre di Chiara ha spiegato invece di "non essere in grado di dire" se la pena inflitta ad Alberto Stasi sia giusta ma ci "atteniamo alle regole". 

IL LEGALE DI STASI - Ovviamente di segno opposto la reazione degli Stasi. "E' allucinante", ha commentato l'avvocato Fabio Giarda. "Come si fa a mettere una persona in carcere quando c'è una sentenza completamente illogica?" ha aggiunto l'avvocato, per il quale "quanto detto ieri dal pg è la verità dei fatti". "È una pena che non sta nè in cielo nè in terra, se una persona ha commesso un fatto del genere deve avere l'ergastolo".

Garlasco, dalla bici al movente: i dubbi del processo

"MOVENTE INESISTENTE"-  La Corte ha quindi rigettato la tesi del procuratore generale che oggi parlava di "movente inesistente" e di Stasi come di un imputato "arrivato in giudizio come presunto colpevole". Parole tanto inattese quanto pesanti quelle del magistrato che demolisce di fatto i punti cardine della sentenza di condanna del tribunale di Milano. A partire dalle impronte delle scarpe, su cui tanto si è dibattuto.  "La scena del delitto è stata calpestata da 24 persone - argomenta Cetrangolo davanti alla V sezione penale -. Ecco perché gli accertamenti fatti risultano inaffidabili per il massiccio inquinamento del luogo". Cetrangolo sottolineava le contraddizioni: "Che fine hanno fatto le impronte in uscita? Stasi non può essere andato via volando anche perché la sentenza dice che le scarpe di Stasi sono copiosamente imbrattate di sangue".

Quando parla di ricostruzione forzata, il magistrato si riferisce alla vicenda del materiale pornografico ritrovato sul computer di Stasi: "La sentenza di rinvio si industria a costruirne uno (di movente ndr) legato alla vicenda delle immagini pornografiche". Con il timore che Chiara potesse distruggere "l'immagine di ragazzo perbene e studente modello di Alberto". Per il pg la logica imponte di "escludere l'insostenibile ipotesi secondo la quale per evitare che la sua fidanzata rendesse nota la passione per la pornografia decidesse di ucciderla costituendosi come alibi proprio quel pc pieno di immagini pornografiche consegnato la mattina dopo ai carabinieri".

AGGIUNTO DOLORE AL DOLORE - Così il magistrato evidenziava tutta la "debolezza dell'impianto accusatorio perché se gli indizi sono forti è inutile cercare a tutti i costi un movente che non si riesce a trovare". Contraddittorio sarebbe anche il fatto che nella sentenza di appello bis non si riconosce un'aggravante di crudeltà: "Non si spiega l'indulgenza della Corte nell'escludere l'aggravante se si dice che Chiara è stata brutalmente uccisa: è il solito inaccettabile sistema di un colpo al cerchio e uno alla botte". Secondo il procuratore "così non si fa giustizia, ma si aggiunge dolore a dolore".