VITTIMA E IMPUTATO Sopra: Chiara Poggi uccisa nell’agosto 2007. A sinistra: Alberto Stasi, il fidanzato, imputato al processo
VITTIMA E IMPUTATO Sopra: Chiara Poggi uccisa nell’agosto 2007. A sinistra: Alberto Stasi, il fidanzato, imputato al processo

Garlasco (Pavia), 10 dicembre 2015 - RITA E GIUSEPPE POGGI, i genitori di Chiara non ci saranno. Neppure Alberto andrà a Roma. Se non interverrà un ripensamento in extremis, Alberto Stasi non si presenterà domani nella quinta sezione della Cassazione che decideranno come mettere l’ultima parola alla storia infinita dell’omicidio di Garlasco. Tre possibili soluzioni. Confermare la sentenza con cui, il 17 dicembre dello scorso anno, l’appello bis ha condannato Stasi a 16 anni per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi, il 13 agosto del 2007, nella villetta della ragazza a Garlasco. Accogliere il ricorso della Procura generale di Milano e aggravare la pena. Annullare la sentenza milanese e scagionare definitivamente l’ex bocconiano. Nei primi due casi, invece, si apriranno per Stasi le porte del carcere. A decidere la stessa sezione della Suprema Corte che ha assolto Raffaele Sollecito e Amanda Knox per il delitto di Perugia.

Ancora una volta sarà scontro frontale fra tesi antitetiche. I legali di Stasi (il professor Angelo Giarda, l’avvocato Giuseppe Colli, l’avvocato Antonio Albano) si affidano a un ricorso di 360 pagine, integrato nei giorni scorsi con una ulteriore memoria. Esistono almeno venti motivi per cui la condanna va ribaltata. Il caso del dispenser di sapone liquido nel bagno di Chiara dove rimasero impresse due impronte digitali di Alberto. L’assassino, sostiene la difesa, entrò nel bagno ma non si lavò. Il Ris di Parma ha esaminato, oltre al dispenser, il lavandino, il rubinetto, il sifone, senza rilevare tracce ematiche, ma solo il Dna della vittima, misto a quello della madre. La bicicletta. Alberto usava solo la sua, da uomo. Quella trovata nel magazzino del padre era inutilizzata da anni e comunque molto diversa da quella vista dalla vicina Franca Bermani, la mattina dell’omicidio, di fronte all’abitazione dei Poggi.

Secondo i difensori "la sentenza appare supportata più da idee personali di chi ne ha redatto le motivazioni, per lo più mediante il ricorso a considerazioni labili, congetturali o che hanno riguardo a valutazioni opinabili di carattere psicologico sul comportamento umano, che non a una sentenza che avrebbe dovuto, vorrebbe e dovrebbe, dimostrare la responsabilità di Alberto". Il ricorso del sostituto procuratore generale Laura Barbaini è racchiuso in nove pagine, supportate in seguito da una seconda relazione. Il pg aveva chiesto che fosse riconosciuta l’aggravante della crudeltà e che l’imputato venisse condannato a 30 anni.