Il logo dei 'gappisti' (Foto di Marta Clinco)
Il logo dei 'gappisti' (Foto di Marta Clinco)

Roma, 12 aprile 2019 - Cacciavite e martello affiancati dalla scritta Gap. C’è una rivendicazione combattente, da qualche mese, lungo le strade della Capitale disseminate da migliaia di buche. È il marchio – civico eversivo – del Gruppo artigiani prontointervento. Partigiani della manutenzione e dell’arredo urbano che di notte, opportunamente incappucciati, realizzano autentiche incursioni dove il degrado capitolino grida vendetta. Una risposta di sostanza: asfalto ricucito, il segnale Alt Scuola riverniciato, persino il restauro di una fontana.

La prima uscita? A fine dicembre, svelata da Repubblica. Poi nuovi blitz. Illegali come i precedenti. Uno dei quali documentato dall’inglese Guardian: il passaporto mediatico per raccontare al mondo come il dissesto manutentivo della città eterna trovi un inaspettato e insospettabile avversario in questo fenomeno di resistenza dal basso. Prospetticamente destinato ad ampliarsi.

La sigla Gap è un evidente tributo ai partigiani dei Gruppi di azione patriottica, operativi a Roma tra il 1943 e il 1945 e suddivisi in otto zone operative. Le caratteristiche fondamentali dei Gap (oltre alla matrice comunista, o in alternativa azionista o socialista, ma sempre in versione monocolore e senza ‘commistioni’ politiche) erano l’estrema duttilità e rapidità d’azione, mutuata dall’esperienza metropolitana francese.

Quasi ottant’anni fa i gruppi di incursori, sabotatori o attentatori erano composti solitamente da quattro o cinque uomini: un caposquadra, un vice caposquadra e due o tre gappisti. Bilancio: quarantatré azioni anti-fasciste e anti-naziste tra il 1943 e l’inverno del 1944; poi appena tre, dopo l’attentato di Via Rasella cui seguì l’eccidio delle Fosse Ardeatine. «Ognuno di noi aveva nonni o genitori partigiani. Vogliamo rendere loro onore», chiarisce il leader della formazione, un architetto cinquantenne – nome in codice ‘Renato’.

La lotta clandestina all’incuria della Capitale recupera stilemi e precauzioni di guerra: tutti gli incursori anti-degrado armati dei soli ferri del mestiere hanno un nome di battaglia; tutti agiscono a fine di tutela della collettività di fronte al fallimento della pubblica amministrazione. E come i Gap di guerra, si muovono in formazioni leggere e variabili. L’azione fotografata dal Guardian – riempire di asfalto un avvallamento-pozzanghera davanti a un istituto scolastico, evitando di stare a scuola con i piedi bagnati a 500 giovani studenti – è stata conclusa in perfetta sincronia da una squadretta di 6-7 persone. Una reazione mirata a quei fastidiosi difetti, magari anche banali, che tutti vedono e però nessuno cura.

I gappisti non danno tutte le colpe alla giunta Raggi. Riconoscono che il degrado della Capitale parte da molto lontano. Al tempo stesso, non appaiono più disponibili al fatalismo: a subire passivamente la caduta verticale di Roma, tra voragini stradali, stragi di alberi, segnaletica consunta, incuria diffusa.

Un gruppo segreto (per ora limitato a una ventina di aderenti), però tutt’altro che elitario. Il sogno dichiarato, anzi, è l’estensione della rivolta. Intesa come partecipazione ai restauri non autorizzati. Lo testimoniano i volantini lasciati dai gappisti a fianco del proprio logo pitturato sull’asfalto: «Gap è una organizzazione segreta che invece di condurre azioni di sabotaggio, ripara laddove la burocrazia fallisce. Individua il tuo obiettivo, organizza e ripara: diventa tu stesso un gappista!», recita l’invito. Emulativo.