Oltre 700 i militari italiani giustiziati senza prove o con processi sommaric
Oltre 700 i militari italiani giustiziati senza prove o con processi sommaric
La storia non lascia mai i conti aperti. Succede anche con quello che ne scrisse Hemingway in Addio alle armi, come scrittore e testimone oculare nella Grande guerra, della giustizia sommaria che mandava a morte soldati italiani, che non avevano colpa o non tale da giustificare sentenze così estreme come la fucilazione di massa. Una pagina nera che è sempre rimasta poco conosciuta, poco ammessa soprattutto, nonostante l’abbondanza di documentazione e di prove. Come la circolare firmata dal cosiddetto Duca Invitto, Emanuele Filiberto di Savoia, che scriveva: "Intendo che la disciplina regni sovrana fra le mie truppe. Perciò ho approvato che nei reparti che si macchiarono di grave onta alcuni, colpevoli o non, fossero immediatamente passati per le armi". Sulle vittime di...

La storia non lascia mai i conti aperti. Succede anche con quello che ne scrisse Hemingway in Addio alle armi, come scrittore e testimone oculare nella Grande guerra, della giustizia sommaria che mandava a morte soldati italiani, che non avevano colpa o non tale da giustificare sentenze così estreme come la fucilazione di massa. Una pagina nera che è sempre rimasta poco conosciuta, poco ammessa soprattutto, nonostante l’abbondanza di documentazione e di prove. Come la circolare firmata dal cosiddetto Duca Invitto, Emanuele Filiberto di Savoia, che scriveva: "Intendo che la disciplina regni sovrana fra le mie truppe. Perciò ho approvato che nei reparti che si macchiarono di grave onta alcuni, colpevoli o non, fossero immediatamente passati per le armi".

Sulle vittime di quegli ordini pesa la vergogna dell’ingiustizia inflitta e del disonore, non ancora ufficialmente riconosciuti, a differenza di quanto è accaduto in altri paesi, come la Francia, la Gran Bretagna, la Germania, dove quelle decimazioni furono molto meno diffuse. E dove comunque le vittime sono state da tempo riabilitate. Un ritardo a cui ha cercato di porre rimedio una risoluzione approvata all’unanimità dalla commissione difesa del Senato, dopo quanto aveva fatto la Camera, che ha invitato il governo a disporre l’affissione di una iscrizione in memoria da apporre sul Vittoriano accanto al Milite Ignoto in occasione delle celebrazioni di novembre in ricordo della vittoria. A qualcuno sembrerà un argomento anacronistico e in effetti lo è solo a causa del ritardo che segna questa riabilitazione, che in gran parte riguarda giovani che erano semplici soldati del sud, che non avevano alcuna comprensione delle motivazioni di una guerra, nella quale sembrava che l’unico dovere consentito fosse quello di combattere e di morire.

"Non è un atto di revisionismo – ha detto il sottosegretario Giorgio Mulé – ma di misericordia e giustizia". La risoluzione della commissione presieduta dall’ex ministro Roberta Pinotti passerà poi all’esame dell’aula. È un atto che in qualche modo è stato auspicato dal presidente Mattarella quando invitò a "a meditare a fondo sugli eventi e le conseguenze di quel terribile conflitto in riferimento soprattutto di alcune pagine tristi e poco conosciute".

Un fenomeno, quello delle esecuzioni sommarie, tanto poco conosciuto quanto diffuso soprattutto tra le nostre truppe anche in relazione all’ancora poco consolidato processo di unificazione nazionale e alla scarsa conoscenza delle motivazioni del conflitto, che molto infiammò le coscienze degli intellettuali e molto poco quelle delle classi sociali più povere. Una giustizia disumana e dura che non considerava l’importanza della condivisione delle motivazioni ideali di quella guerra, un errore a cui si cercò di porre rimedio solo dopo che il comando supremo, a seguito di Caporetto, venne affidato al generale Diaz, fra l’altro prescelto al posto del favorito Duca Invitto, che aveva fatto largo uso delle decimazioni.

Vere e proprie stragi, si parla di oltre 750 morti ma furono sicuramente di più, almeno oltre mille, mandati a morire magari solo perché erano tornati in ritardo dalla licenza, oppure avevano protestato perché gli era stata rinviata la licenza a casa o il ricambio sulle prima linea. Non dunque ammutinamenti ma magari proteste come accadde alla Brigata Ravenna, dove furono fucilati un ufficiale, un paio di sottufficiali e diversi soldati solo perché avevano dato segni di nervosismo. I nomi di tutti questi militari non figurano negli elenchi dei caduti della guerra, come non fossero esistiti. "Condanne dunque non per colpe o insubordinazione o reati al codice militare e spesso senza un accertamento delle responsabilità personali", come ha osservato Roberto Rossini del M5s, relatore della risoluzione. Furono tutte persone che, colpevoli o innocenti, restarono tutte vittime della violenza inumana che sconvolse.