Finta battaglia di Belfast a Pieve di Cento (Vidoni/Walker)
Finta battaglia di Belfast a Pieve di Cento (Vidoni/Walker)

Cento (Ferrara), 12 luglio 2019 - Non aveva bisogno di fare chilometri per inquadrare punti adatti alle sue fotografie, immagini generalmente indirizzate ad azioni militari nel sudest asiatico e a scontri in Irlanda del Nord tra cattolici, protestanti ed esercito inglese. Gli bastava varcare l’uscio di casa, fare pochi passi e raggiungere il Reno dove, tra rigagnoli e arbusti che formavano acquitrini, ambientava pattugliamenti e agguati, colpi d’arma da fuoco tra militari e guerriglieri. Attori delle diverse vicende amici, studenti, compagni di bevute e individui di passaggio. Ideatore e regista delle cruenti messe in scena Bruno Vidoni, tra l’altro pittore, insegnante di materie artistiche, critico, storico, poeta, gallerista, scrittore. Scomparso nel 2001 e sul cui lavoro sono in preparazione mostre a Cento e a Bologna, Vidoni circumnavigava il mondo facendo pochi metri, in pratica stando fermo: gli bastava dare sostanza alla fantasia.

Non conosceva mezze misure, impostava situazioni nel Delta del Mekong, in Cambogia, nelle risaie del Vietnam. Portatore di un largo raggio di interessi, considerava la mistificazione un amalgama di elementi ad alta capacità intellettuale, qualcosa passibile di reinterpretazione. L’unica realtà va ricercata nel falso - sosteneva - facendo dell’idea un assioma applicabile alle battaglie in Asia e a Belfast, trasformando con la Leica i resti di una colonia estiva sul Reno in un teatro di guerra. Quanto alle vicende di Belfast, la location ideale l’aveva individuata a Pieve, sempre a poca distanza da casa, in un grande caseggiato chiamato Capannoni dove una volta veniva lavorata la canapa portata su carri trainati da muli. Proprio qui, giorni fa, si sono dati appuntamento tre dei vecchi compagni: Daniele Bertocchi, progettista di macchinari nonché istruttore di paracadutismo, Vasco Fortini, consigliere comunale e vice-presidente della Partecipanza agraria di Cento con l’hobby della scultura, quindi Roberto Testoni, che ha sempre fatto il fabbro.

Bertocchi è stato ripreso da Vidoni in divisa da americano con sigaretta pencolante da un angolo della bocca ("mai fumato in vita mia, ho dovuto adeguarmi al copione"), gli altri, sono stati inquadrati feriti o morti. È rimasto poco dei Capannoni, davanti al vecchio stabilimento è sorto un centro commerciale dove c’è di tutto, anche un pescivendolo, una parrucchiera e un negozio di ferramenta. I tre amici si sono guardati in faccia, hanno sorriso facendosi riprendere in un presente che del passato conserva un intonaco assaltato da una muffa color verdognolo.

"Sono passati 45 anni da allora", ricorda Fortini guardando verso l’alto mentre Testoni sistema un martello sotto il sedile dell’auto: "Debbo andare a riscuotere da un tizio che trova mille scuse per non farsi trovare". Bertocchi appare in molte foto con il nome di Timmy Parodi: Vidoni deve averlo immaginato un italo-americano. Con questo nome l’istruttore di paracadutismo viene proposto nella didascalia scritta in inglese. Come tante altre spedite mezzo secolo fa a giornali e riviste specializzate. Nei fotoservizi Vidoni si firmava Robert Walker, nome fittizio come fittizi dovevano essere i disordini nelle strade e le sparatorie nella boscaglia.

Nonostante indizi che avrebbero svelato la mistificazione degli scatti (nome fasullo di una street di Belfast con parcheggiata una Fiat dalla targa taroccata), molti hanno preso per buono quanto rappresentato. Diverse foto sono state pubblicate ed esposte in rassegne. L’artista centese è stato addirittura premiato nonostante predicasse che l’unica verità andava cercata nel falso. Ne nacque un caso, il caso Walker, con posizioni indispettite di chi non aveva gradito le mistificazioni di un personaggio che considerava la fotografia il mezzo ideale per decontestualizzare la verità.