Una visita del ministro Roberta Pinotti ai soldati italiani
Una visita del ministro Roberta Pinotti ai soldati italiani

Roma, 18 febbraio 2017 - Troppi, poco addestrati e soprattutto troppo anziani. È anche per ovviare ad alcuni dei difetti strutturali delle forze armate italiane – troppi uomini assunti a tempo determinato, il che fatalmente porta ad avere una età media elevata e una eccessiva percentuale di spesa per il personale (9 miliardi e 799 milioni per gli stipendi a fronte di 1.271 per l’esercizio e e 2.141 per gli investimenti) che penalizza le risorse per addestramento e armi – che il governo ha approvato nei giorni scorsi il disegno di legge delega previsto dal Libro Bianco. 
I numeri aiutano a capire. In Italia l’età media dei militari è 38 anni e senza interventi raggiungerà i 42 anni nel 2020 e i 46 anni nel 2027. Negli Stati Uniti è di 28.6 anni: 27.3 la truppa e 34.8 gli ufficiali. In Gran Bretagna, con forze armate grosso modo della nostra taglia, è di 30 anni per truppa e sottufficiali e 37 per gli ufficiali. Il problema è che in Italia ben l’82% del personale (era l’87% tre anni fa) è a tempo indeterminato. In Francia è il 37%, in Germania il 30%. «Con la legge delega – osserva il ministro Roberta Pinotti – proponiamo un modello che preveda il 60% a contratto indeterminato ed un 40% che dopo alcuni anni di esperienza militare vengano accompagnati a lavori diversi» (già oggi esiste una “riserva“ per gli ex militari che passano alle forze di polizia o al ministero della Difesa), in modo da far scendere l’età media a non più di 32 anni. La rimodulazione dovrebbe consentire anche di recuperare risorse anche perché sarebbe accompagnata, come previsto dalla legge 244 del 2012, da un ridimensionamento dell’organico delle Forze Armate a 150 mila uomini. L’obiettivo è trovare più risorse per gli investimenti e per il fondamentale l’esercizio, spesa che comprende l’addestramentyo e che dal 2005 è diminuita del 60 per cento. 
 
Certo è che, per essere equo per il personale, il sistema dovrà garantire un qualche «scivolo» per il personale attuale «over 50» e sbocchi occupazionali per i futuri volontari, che altrimenti si troverebbero a 30-35 anni sul mercato del lavoro con poche alternative a tentare di vincere un concorso nelle forze di polizia o comunque nel settore pubblico. «Fermo restando la dotazione organica fissata in 150mila unità – recita l’articolo 9 del ddl – la rimodulazione prevede una composizione delle forze armate caratterizzate da una ampia base operativa, un significato contingente di quadri intermedi e una dirigenza relativamente contenuta». È chiaro che gli attuali marescialli sono troppi e che sono decisamente troppi pure gli ufficiali. Basti pensare che di generali ed ammiragli ne abbiamo 443, contro i 984 degli Stati Uniti, che hanno però oltre 1 milione e 300 mila uomini in servizio attivo. Come dire un generale ogni 380 uomini contro uno ogni 1440 degli americani. Con la riforma i generali italiani dovrebbero scendere a 310. 
 
Va detto che se la rimodulazione del modello professionale è uno degli elementi chiave del progetto uscito dall’ultimo Libro Bianco della Difesa non è il solo, perché tra i punti rilevanti vi sono quelli sul sostegno industriale e tecnologico, sulla nuova periodicità della legge di bilancio della difesa che diventerà sessennale e il fatto che il nuovo modello accresce fortemente i poteri del Capo di Stato Maggiore della Difesa (che presidierà tutte le commissioni di avanzamento da generale in su) e che i civili potranno diventare Segretario generale della Difesa (figura nuova) e direttore generale degli armamenti. Il ministro Pinotti vuole delle forze armate più moderne, snelle e integrate, con una spiccata visione interforze. E questo accento sull’interforze ha suscitato più di un mal di pancia nelle singole armi, così come l’allungamento a tre anni delle nomine di vertice (che a breve taglia fuori alcuni generali e ammiragli che ci speravano). Anche per questo, da qui all’approvazione della delega sarà una lunga marcia.