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Foibe, il giorno del ricordo. La memoria spaccata

Le insidie del negazionismo davanti alla verità storica. Nel 2007 Napolitano denunciò i pregiudizi e "la congiura del silenzio"

di FRANCESCO PERFETTI
Ultimo aggiornamento il 10 febbraio 2019 alle 00:45

Roma, 9 febbraio 2019 - Il 10 febbraio 2007 il presidente Giorgio Napolitano – celebrando il “Giorno del ricordo” in memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata, istituito per legge durante il settennato del suo predecessore Carlo Azeglio Ciampi – ebbe parole ferme e nobili. Parlò delle foibe come di un "imperdonabile orrore contro l’umanità", denunciò la "congiura del silenzio", "la fase meno drammatica ma ancor più amara e demoralizzante dell’oblio" steso su quelle tristi vicende e, soprattutto, richiamò l’attenzione sulla necessità che ci fosse una pubblica assunzione della "responsabilità dell’aver negato, o teso a ignorare, la verità per pregiudiziali ideologiche e cecità politica, e dell’averla rimossa per calcoli diplomatici e convenienze internazionali". 

In quelle parole erano indicati i fattori che avevano contribuito a far sì che l’orrendo capitolo delle foibe diventasse, di fatto, un buco nero nella storia dell’Italia contemporanea.

C’erano, dietro il silenzio e le manipolazioni storiografiche, le conseguenze del sanguinoso scontro ideologico tra fascisti e partigiani, ma anche quelle di un non meno sanguinoso scontro all’interno del movimento partigiano fra l’anima comunista e quelle non comuniste, e, infine, c’erano le esigenze di una sciagurata Realpolitik nei confronti, in epoca di guerra fredda, della Jugoslavia di Tito. 

Così sui massacri delle foibe e sul dramma degli italiani, fascisti e non fascisti, brutalmente eliminati – quasi una sorta di pulizia etnica – in vista della creazione del nuovo Stato comunista, venne steso un impietoso velo di silenzio. E furono fatte circolare persino impudenti tesi negazioniste sugli eccidi contro la popolazione italiana puntualmente smentite da testimonianze, documentazione e macabri ritrovamenti. Si trattava di una sedicente storiografia – politicamente collocabile a sinistra e largamente tributaria della vulgata ufficiale della storiografia jugoslava – che faceva proprie certe tesi propagandistiche slave secondo le quali non si sarebbe dovuto parlare di stragi, ma semmai di episodi marginali di un contesto drammatico. 

In realtà i massacri delle foibe – le stragi, insomma, o, se si preferisce, gli eccidi contro la popolazione italiana da parte della violenza titina – ci furono davvero. Vennero compiuti soprattutto nell’autunno del 1943 e nella primavera del 1945 con scopi di regolamento di conti ovvero di epurazione politica ed etnica o anche di intimidazione. Furono numerosi, documentati e orribili. E, di fronte a una tragedia di tali dimensioni, non sono ammissibili né i tentativi di negazione dei fatti né, tanto meno, quel macabro gioco di ridurne la portata discutendo sul numero delle persone uccise. Come se la contabilizzazione dei morti potesse, in qualche modo, giustificare i crimini. 

È trascorso ormai ben un quindicennio da quando, nel 2004, venne istituito ufficialmente dal governo Berlusconi il “Giorno del ricordo” e, da allora, molti passi sono stati fatti sia in direzione dell’accertamento della verità sia nei confronti della pubblicizzazione e ricezione storiografica di tale verità. Purtroppo, all’approssimarsi della ricorrenza, ogni anno riemergono pulsioni negazioniste o tentativi di speculazione politica che, in nome di un pretestuoso e vetusto antifascismo, vorrebbero trasformare la data del 10 febbraio in un elemento divisivo e in una occasione di polemica politica. 

È particolarmente grave quello che è accaduto quest’anno e che ha portato allo scontro fra l’Anpi, da una parte, e il vicepremier Salvini, dall’altra, a proposito di un convegno all’interno del quale è prevista una relazione che parla della foiba di Basovizza come di un "falso storico". È particolarmente grave, ripetiamolo, perché la coscienza civile di un Paese, base della sua unità morale, non può fondarsi sulla distorsione dei fatti e sull’occultamento della memoria. Non è una questione di “storia condivisa” ma una questione di “verità storica”.

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