Roma, 6 gennaio 2015 - L'incrocio fra Palazzo Chigi e Palazzo Vecchio è senza semafori, la monumentale stanza del premier ha frammenti di quella di Clemente VII: c’è il Marzocco fiorentino - “Simbolo della libertà e della democrazia” - e c’è la foto di La Pira che inaugura il quartiere dell’Isolotto, nel 1954, insieme al cardinale Dalla Costa. Un anno fa Matteo Renzi - era il 18 febbraio - smise di fare il sindaco. Aveva detto: è il mestiere più bello del mondo. Ricevuto l’incarico dal Quirinale cambiò idea. Oggi ne parla in un colloquio esclusivo con La Nazione.

Presidente, non le chiedo se ha nostalgia, perché non mi pare uomo di nostalgie, le chiedo se pensa di aver dato più lei alla sua città o Firenze a lei ?

«Certamente ho ricevuto di più. L’esperienza di sindaco è unica e a me piacerebbe essere il sindaco d’Italia più che il Presidente del consiglio. Senza nostalgie ma il pensiero per Firenze c’è in qualsiasi occasione, anche scherzosa o ufficiale: i colleghi primi ministri quasi mi prendono in giro per questo. C’è ancora forte un riferimento fra le politiche delle città e le politiche nazionali».

Il 2015 si apre con il vertice italo-tedesco, il 22 e 23 gennaio proprio a Firenze: lei conta sulla seduzione della città per convincere la Merkel a cambiare idea sull’Europa?

«Con la cancelliera c’è un buon rapporto personale ma le opinioni che abbiamo talvolta sono divergenti. Discutiamo di continuo sui documenti finali e sulle dichiarazioni congiunte. Quando mi ha detto di essere stata a Firenze solo una volta ne ho approfittato per invitarla: la porterò a Palazzo Vecchio, ceneremo nella sala dei Gigli o delle Udienze, poi andremo a vedere gli Uffizi e il Corridoio Vasariano e la mattina dopo saremo all’Accademia, davanti al David di Michelangelo. Dostoevskij diceva che la bellezza avrebbe salvato il mondo, vediamo se salverà anche l’Europa».

Sarà un anno decisivo per il Paese e importante per Firenze: l’Expo da maggio, opportunità che riguarda tutti, e l’arrivo di Papa Francesco a novembre.

«Quando sono andato in Vaticano ho parlato con il Papa di Firenze e mi ha colpito la cura con cui stava decidendo le tappe della sua visita in città. Abbiamo discusso di La Pira e del cardinale Dalla Costa. Per lui sarà la prima volta».

Firenze è un giacimento di ricchezze planetarie, eppure lascia sempre l’impressione di non sfruttare il patrimonio di arte e di cultura. In Italia siamo così. Perfino la riforma dei Beni culturali che doveva voltare pagina e introdurci in un sistema più moderno, è svanita nel nulla.

«Stiamo partendo. Per me la cultura a Firenze è anche il museo del Novecento, il sistema teatrale della Pergola a Rifredi, le librerie che hanno aperto di recente. Sul tema cultura-Stato credo che gli Uffizi debbano essere considerati una struttura unica insieme a Pitti, Vasariano, il sistema Boboli e, in prospettiva, se il Comune vorrà, anche Palazzo Vecchio. Va gestita con determinazione e con più investimenti da parte dello Stato. Questa struttura dovrà essere collegata da una parte con l’ex cinema Capitol e poi con il museo Galileo, con San Firenze e con il Bargello».

Quindi niente loggia di Isozaki?

«Ora finiamo i Grandi Uffizi».

Riusciremo a trattare i Beni culturali per quello che sono, cioè l’industria principale del Paese?

«Sì. Ma dobbiamo cambiare. Noi abbiamo ancora una visione ottocentesca dei musei, invece dovremo unire il valore emozionale educativo della cultura al marketing. Fare dei musei un luogo di emozione e passione».

Il nuovo stadio da costruire nell’area della Mercafir, il grande mercato ortofrutticolo di Novoli, vicino all’aeroporto, sarà la soluzione finale?

«Sullo stadio la nostra amministrazione ha Cuadrado: dribling e assist. Ora tocca alla Fiorentina e al Comune mettere la palla in gol. Lo faranno! Il futuro del calcio è nei nuovi impianti. Se vinciamo la partita delle Olimpiadi all’Italia - a settembre formalizzeremo la candidatura, nel 2017 ci sarà la decisione - da qui al 2024 avremo anche da investire su una serie di strutture che non si fermeranno allo stadio di calcio».

Perché tanta durezza di Diego Della Valle nei suoi confronti, eppure eravate amici?

«Con Diego c’è stata più di una discussione. La prima volta litigammo sullo stadio, era il gennaio 2010, ma noi abbiamo l’abitudine di parlarci con franchezza. Si può stimare anche chi ti critica, si può rimanere amici pensandola diversamente».

L’aeroporto di Firenze, si farà la seconda pista di 2400 metri. Con qualche fatica è stato incassato anche il via libera della Regione, che si era sempre messa di traverso: è merito dell’ex sindaco Renzi o del governatore?

«E’ merito del governatore della Toscana e dell’attuale sindaco di Firenze. Sono contento che quella partita abbia cambiato verso da qualche mese. Ora si tratta di unirla al grande tema dell’attraversamento degli assi urbani».

Si spieghi.

«In Italia dobbiamo imparare a realizzare opere che servono davvero, le principali sono gli assi di attraversamento urbano. In tutte le città: la metropolitana di Napoli, quella di Palermo, la linea C a Roma. Il grande obiettivo di Firenze è andare da Sesto a Bagno a Ripoli in 25 minuti con la tramvia, passando in sotterranea da Piazza Repubblica e Santa Croce. Ci sono soldi da spendere e risorse da recuperare. Il governo c’è, Firenze non perda neanche un giorno».

 

Alla fine del 2014 se n’è andato monsignor Livi, un grande prete fiorentino.

«Era un fiorentinaccio nello spirito. E’ sempre stato uno che non le ha mandate a dire su San Lorenzo, sulla necessità di ricordare che il valore culturale è superiore a quello economico del mercato. E’ stato un personaggio straordinario, uno degli ultimi preti di quella Chiesa fiorentina che nel Novecento è stata punto di riferimento anche della società».

Da sindaco invocava più comprensione e più assistenza dal governo di Roma - ricorda la legge di stupidità? - ora da premier ha lei il coltello dalla parte del manico e i sindaci le fanno le sue stesse contestazioni. Firenze avrà 50 milioni in meno, lei avrebbe fatto fuoco e fiamme.

«Il governo ha aumentato per i comuni la possibilità di spendere il 75 per cento in più sul patto di stabilità, al netto dei risparmi per cui tutti si devono impegnare».

L’accusano di aver creato il Giglio magico, portando a Roma i suoi fedelissimi fiorentini e toscani.

«Non è così. E comunque l’anomalia non è la presenza di tanti fiorentini a governare l’Italia, l’anomalia era quando non c’erano. Firenze può essere utile al Paese. E’ sempre stato un luogo di elaborazione di cultura politica e classe dirigente. Magari noi si sarà più “bischeri” di quelli di prima, e quelli dopo più bravi noi, ma se la nostra esperienza potrà ricordare a Firenze la sua vocazione di città universale, sarò contento. Come diceva qualcuno, molti muoiono a Firenze perché non hanno avuto la fortuna di nascervi. E’ una città che mi manca molto. Oggi mi mancheranno la cavalcata dei Magi e la Befana in Arno dai Canottieri. Ma c’è da faticare, non da avere nostalgie: mi do un “nocchino“ per tornare me stesso e giù al lavoro».