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31 mag 2022

Finali perse e avventurieri Poi con lui la svolta storica

Finisce un incubo dopo 110 anni: la serie A non è più un tabù per i brianzoli. Dai fallimenti del club al presidente anglo-brasiliano che pagò un solo stipendio

31 mag 2022
dario crippa
Cronaca

di Dario Crippa

C’è un vecchio film con Renato Pozzetto (“Agenzia Riccardo Finzi… praticamente detective”), nel quale il protagonista pronuncia una battuta destinata a restare nella testa dei brianzoli: "Io sono del Monza, non riusciremo mai a venire in serie A". Nella curva del Monza ci hanno fatto uno striscione e prima delle partite viene trasmesso il sonoro di quella scena. Perché a Monza sono sempre stati convinti di essere nati sotto una cattiva stella. La serie A sfiorata 8 volte. Un mucchio di finali perse. Negli anni Settanta il Monza più bello, soprannominato il Borussia della Brianza, manca la promozione in A per volte di fila. L’ultima nel 1979, in uno spareggio col Pescara. Campo neutro a Bologna. Davanti a 30mila tifosi arrivati dall’Abruzzo contro i mille dalla Brianza, il Monza si squaglia e perde, autogol compreso. "Come essere andati a Roma senza vedere il Papa" ricorda sconsolato l’allenatore Alfredo Magni. Galliani è un giovane dirigente di quel Monza. Ma gli episodi che raccontano la storia, a tratti maledetta, del Monza sono parecchi. Nato nel 1912 in una pasticceria, si ritroverà a mettere a segno un record: 40 campionati di serie B, ma nessuna promozione, appunto. Si va per la prima volta in Tv per un anticipo del sabato: l’esperimento viene fatto nel ‘55. Il presidente Gino Alfonso Sada, inventore delle scatolette di carne in scatola Simmenthal, prende solo 700mila lire e la gente mugugna. Guarda la partita al bar, disertando lo stadio. Tanti giocatori destinati a entrare negli almanacchi (Claudio Sala, Daniele Massaro, Gigi Casiraghi, etc), allenatori di prim’ordine (Annibale Frossi e Gigi Radice, piuttosto che Nils Liedholm, che gigioneggiava: "La salvezza col Monza? Meglio dei miei scudetti"). Si sperimentano le prime magliette col nome dei giocatori sulle spalle ma arriva il multone: non erano autorizzate. Si costruisce uno stadio nuovo di zecca per la A, che però non arriva, gli spalti si svuotano e inizia il declino con un altro record: due fallimenti. Sul primo circolano leggende: giocatori stranieri finiti a dormire nel sottoscala dello stadio. Il secondo fallimento ha del clamoroso. L’ex campione Clarence Seedorf, dopo tre anni da presidente ombra del Monza, in cui prova a far giocare con scarse fortune persino fratello e cugino, vende la società per un dollaro a un misterioso imprenditore anglo-brasiliano. Si chiama Anthony Emery Armstrong, si presenta in Ferrari e promette mare e monti. Acquista giocatori di valore, obiettivo la promozione. Ma paga solo mezzo stipendio, la Ferrari era stata presa a noleggio e il bluff esplode quando il finto magnate finisce sulla lista dei ricercati della polizia brasiliana per una maxi truffa. E fugge a Dubai. I giocatori forti intanto si sono svincolati, gli altri vengono sfamati a volte dagli ultras. Alla fine, la finale playout è l’unica possibilità per salvarsi. Il Monza eroicamente stravince, ma dopo qualche giorno fallisce.

Arrivano Berlusconi e Galliani. Spendono parecchio, allo stadio cominciano dall’ascensore: per trent’anni c’era stato solo il buco.

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