Viviana

Ponchia

A chi è stato adolescente negli anni Settanta è bastata una tv in salotto per smetterla di vergognarsi. Il riscatto dei guardoni in Italia ha un grosso debito con le sacerdotesse ammiccanti della commedia sexy e con il loro corteggio di stakanovisti del buco della serratura mediamente scarognati. Lino Banfi era il re degli innocenti cialtroni, molto prima di diventare Nonno Libero o di essere nominato ambasciatore all’Unesco (e forse un nesso qualcuno lo ha trovato). Censurare a distanza non vale. E non è giusto. Perché quella gente lì che esibiva e sbavava eravamo noi. Era l’Italia dei primi passi femministi da sempre in bilico fra il pecoreccio e l’aulico, dove alle turiste capitava di essere palpate in piazza di Spagna ma anche di essere cantate come madonne da un poeta di strada. Il sottogenere della giarrettiera si spingeva ai confini del porno senza valicarli mai. Seni e cosce erano materia di un desiderio diluito, non più hard degli schiaffoni che si prendeva il povero Alvaro Vitali. Quando già l’Economist si prese il disturbo di definire "sessisti" i film scollacciati con Edwige Fenech e Gloria Guida, Lino Banfi si fece una risata: "Oggi anche i censori ci riderebbero su – disse –. Al massimo si vedevano scene di una donna sotto la doccia. O me che la spiavo e dicevo "sono ingrifeto". Arte è una parola grossa, ma qui parliamo di costume e di candore. E di briciole di storia con cui, magari storcendo il naso, dobbiamo fare ancora i conti.