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Festa del papà

Roma, 19 marzo 2018 - Oggi è la festa del Papà 2018, e mentre auguriamo a tutti i padri d'Italia e del mondo di festeggiare la propria giornata in serenità ed allegria, non possiamo dimenticarci che nel Belpaese moltissimi figli e figlie continuano a preferire all'ormai classico 'papà' l'appellativo di 'babbo'. Entrambe le espressioni sono considerate dall'Accademia della Crusca come "forme tipiche del primissimo linguaggio infantile" affermatesi in momenti e luoghi differenti. Infatti, mentre 'papà' è effettivamente un termine preso in prestito e riadattato dalla lingua francese, 'babbo' è una parola autoctona dell'Italiano volgare diffusasi soprattutto in Toscana, Romagna, Lazio, Umbria, Marche Sardegna.

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Per quanto riguarda quale delle due espressioni sia venuta prima, ad aggiudicarsi il primato è senza dubbio il termine 'babbo', già presente nel XXXIII Canto dell'Inferno di Dante, quando il sommo poeta tenta di descrivere il fondo dell'universo: "Che non è impresa da pigliare a gabbo Descriver fondo a tutto l'Universo, Né da lingua, che chiami mamma, o babbo”. La presenza del termine nella 'Divina Commedia' ci assicura la sua ampia diffusione nell'Italiano volgare almeno dal 1300, mentre per trovare testimonianza scritta della locuzione 'papà' bisogna aspettare duecento anni, nei 'Ragionamenti' cinquecenteschi dell'autore toscano Pietro Aretino. Inoltre, anche per quanto riguarda la lessicografia ufficiale, 'babbo' è presente nel 'Vocabolario degli Accademici della Crusca' dalla prima alla quarta edizione, mentre 'papà' vi sarà inserito solo nel tardo Ottocento.

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Oltre l'anzianità dei termini, è interessante notare come nell'Ottocento l'arrivo del termine 'papà' divideva l'Italia anche da un punto di vista sociale. I ricchi e i borghesi preferivano infatti il francesismo, al contrario delle persone del popolo, più affezionate al locale 'babbo' soprattutto in Toscana. Di questa diatriba di classe si trova traccia nella descrizione di 'papà' del 'Lessico della corrotta italianità' di Pietro Fanfani e Costantino Arlìa (1877): "Questa voce e l'altra Pappà e Papà che abbiamo prese ai francesi, in iscambio delle amorevoli Babbo e Mamma ora com'ora pur troppo in tutta Italia, salvo che in Toscana, sono sulla bocca del ceto signorile". Forse è anche per questo motivo che per apostrofare viziati e raccomandati si utilizza l'espressione 'figlio di papà'.

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