Marianna Manduca, la donna siciliana uccisa dall'ex marito
Marianna Manduca, la donna siciliana uccisa dall'ex marito

Ancona, 22 marzo 2019 - La vita non è una fiction. E questo Carmelo Calì lo sa bene. «Chi glielo dice adesso ai ragazzi? Chi gli potrà mai dire che lo Stato ci toglierà quei soldi che non ci ripagheranno mai la vita di Marianna...». È stato due giorni a rimuginare, a soffrire in silenzio per sbollire la rabbia. Carmelo lo sa bene. Lui è il cugino di Marianna Manduca, assassinata dall’ex marito nel 2007 a Palagonia, nel Catanese. Una morte annunciata, arrivata dopo ben dodici denunce nei confronti del convivente. Tutte inascoltate. Marianna era madre di tre ragazzi che ora hanno 17, 16 e 14 anni e che stanno tentando di rifarsi una vita a Senigallia, nelle Marche. A loro la Corte d’appello di Messina due giorni fa ha annullato il risarcimento di 259.200 euro che nel giugno del 2017 i giudici di primo grado gli aveva concesso dopo aver riconosciuto la responsabilità civile dei magistrati rimasti inerti nonostante le 12 denunce della donna. A proporre appello era stata l’Avvocatura dello Stato. 
Dodici implorazioni, cadute nel vuoto. A Marianna fu tolta la vita. I suoi figli, nel frattempo adottati da Carmelo Calì, hanno perso la mamma e la speranza di una vita migliore. 
 
Che significa questa sentenza? «Che i giudici sono intoccabili – tuona Calì –. Sono così arrabbiato, frustrato, deluso che non trovo neppure le parole. Sa cosa significa questo? Che la magistratura è una casta. Che lo Stato da una parte dà e dall’altra toglie. Questa volta hanno tolto il futuro a tre ragazzi che con quei soldi avrebbero studiato. Avevamo già progettato una vita oltre il presente. Fatta di studi, di lavoro, di impegno». Calì, con i 259mila euro di risarcimento per quei magistrati che furono dichiarati colpevoli e sordi alle grida d’aiuto di una donna poi barbaramente uccisa da quel marito violento, insieme ai ragazzi aveva già posto le basi per il futuro. «Abbiamo acquistato una casa a Senigallia – svela –. Un appartamento per loro, per lasciare qualcosa di tangibile, al di là di un semplice conto in banca. E invece eccoci qui a fare i conti con un’ingiustizia. Un’altra, l’ennesima. Avviene tutto così, tranquillamente, come nulla fosse. 
Assistiamo impotenti a ingiustizie eclatanti nei confronti di chi ha subito torti angoscianti. Sentenze che lasciano a bocca aperta, quasi a voler giustificare un delitto, l’uccisione di una donna per mano di un uomo violento. Io nel ridicolo non voglio caderci – continua Carmelo – e non mi arrendo di certo». 

Il papà adottivo di Carmelo, Salvatore e Stefano, tre bravi ragazzi che a Senigallia studiano e cercano di scalare una montagna che assomiglia sempre più all’Everest, ha deciso di percorrere qualsiasi strada per avere giustizia. «A parte il ricorso in Cassazione – dice – che presenteremo già lunedì o martedì al massimo, voglio andare dal presidente della Repubblica. Non ci sono alternative: bisogna sensibilizzare tutti, dal primo all’ultimo. Non ci sono vinti e vincitori di fronte a cose del genere, non si può raccontare a tre ragazzi che hanno già sofferto tantissimo che in questo Paese ti tolgono un diritto semplicemente perchè qualcuno non può essere messo in discussione. Io lavoro nel mondo della scuola – è un fiume in piena – e conosco i ragazzi. Hanno bisogno costantemente di certezze. Non si tolgono i sogni così, con una sentenza. Quei soldi non servono per riparare una vita, ma per avere certezza che il diritto esiste, che lo Stato c’è. E invece non è così».