Nanni Moretti nel film 'Bianca': elogio alla Nutella
Nanni Moretti nel film 'Bianca': elogio alla Nutella

Roma, 15 gennaio 2020 - «Innamorarsi in ufficio? Aumenta la produttività». La notizia ‘sparata’ per il giorno di San Valentino di alcuni anni fa fece scalpore anche perché rilanciata con titoli a caratteri cubitali su quotidiani e magazine generalisti. E che dire della notizia sui benefici nel curare le infenzioni vaginali con lo yogurt ’spalanto’ sulle parti intime. Per non parlare del fatto che «i colori della stanza influenzano memoria e apprendimento»? Bufale o fake news, tout court? E chi lo ha detto? A corroborare quelle notizie si citavano studi di ricercatori pubblicati su autorevoli riviste scientifiche. Ma, oggi, si scopre che in realtà quegli studi potrebbero non essere del tutto provati. O meglio, non essere completamente falsi. In teoria, infatti, ricerche accademiche future potrebbero confermarli, quello che è certo è che sono state pubblicate su riviste, ritenute da un panel di 35 esperti di 10 Paesi diversi, apparso sull’ultimo numero di Nature, «predatorie». Tra questi esperti c’è l’economista Mauro Sylos Labini, docente all’Università di Pisa.

Mauro Sylos Labiniw

Professore cosa sono le ’riviste predatorie’?
«Sono riviste che millantano standard accademici, ma che invece sono interessate solo al loro interesse economico. E quindi, in pratica, pubblicano a pagamento qualsiasi articolo».

Quindi agiscono negativamente su due fronti?
«Sì, inquinano la valutazione della ricerca e diffondono risultati che non sono sottoposti al metodo della ‘revisione paritaria’. Una procedura che consente ad una rivista di decidere se pubblicare o meno una ricerca solo dopo aver ricevuto il parere di ricercatori esperti su un argomento».

Come si possono riconoscere? 
«In alcuni casi è piuttosto semplice data la pessima qualità delle loro pagine web. In altri, occorre un occhio più esperto e bisogna fare attenzione alla veridicità delle informazioni riportate o alla composizione del loro comitato scientifico. Un altro segnale importante sono le email aggressive o poco professionali con le quali queste riviste provano a farsi pubblicità».

Eppure riescono a far apparire credibili e scientificamente provati anche gli studi più assurdi?
«È il risultato del fatto che spesso non esiste alcun controllo su quello che pubblicano. Gli studi assurdi sono credibili solo agli occhi più inesperti. Infatti, nella letteratura scientifica gli articoli pubblicati su queste riviste hanno poche citazioni».

Perché anche soggetti preparati finiscono per crederci?
«Spesso gioca un ruolo importante il cosiddetto bias di conferma: un errore cognitivo legato al fatto che tendiamo a credere alle informazioni che sono in linea con le nostre convinzioni acquisite».

E i ricercatori quali accorgimenti debbono adottare per non cadere in trappola?
«Possono utilizzare tre regole semplici. Primo, pensare se effettivamente la rivista sulla quale intendono pubblicare un articolo è quella ideale per le loro ricerche. Secondo, controllare se la rivista è conosciuta dai loro colleghi più esperti. Terzo, inviare le proprie ricerche solo alle riviste per le quali le prime due regole hanno dato esito positivo».